David Graeber: Debito – Una recensione

Ricorderete senz’altro l’antropologo statunitense del movimento Occupy Wall Street, David Graeber, che avevo incontrato qualche settimana fa. Successivamente, ho avuto modo di leggere molte interviste relative alla sua visita italiana ed approfondimenti sul suo pensiero e mi è venuta voglia di condividere le mie osservazioni sul suo libro, edito dal Saggiatore e dedicato a 5000 anni di storia del debito[1]. Ricordo anche che David ha pubblicato diversi libri più snelli e focalizzati sulla situazione attuale con la casa editrice libertaria Eleuthera e con la Manni che vi consiglio assolutamente di leggere.

Manifestanti di Occupy Wall Street

Intanto, l’incontro personale che ho avuto con David mi ha confermato che si tratta di una persona socievole, adattabile a molte situazioni diverse e capace di utilizzare i più appropriati registri comunicativi. Dal punto di vista dei suoi scritti, David è quello che io classifico come un “fottutissimo genio” ovvero uno scrittore capace di appassionare il lettore accompagnandolo a visitare un sistema di pensiero chiaro nella sua complessità. Graeber scrive di cose anche estremamente remote rispetto al mondo attuale che, però, vengono immediatamente percepite come rilevanti ai giorni nostri. E le cose che lui scrive da un punto di vista antropologico, storico ed economico accompagnandoci in 5000 anni di storia del mondo da Hammurabi ai giorni nostri sono rilevanti per interpretare la società odierna e, soprattutto, per chi è interessato a cambiarla.

Comunismo di base e alienazione capitalista

Un primo aspetto interessante è la trattazione dedicata al “comunismo” che Graeber definisce come “qualsiasi relazione umana che operi secondo il principio: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”[2]. Innanzitutto, il concetto viene svincolato rispetto a quello (definito come “mitico” o “epico”) del comunismo come sinonimo di “proprietà collettiva” e viene chiaramente esplicitato come una “società comunista”, ovvero una società organizzata esclusivamente su questo principio, non sia mai esistita né mai potrebbe esistere. Importante sottolineare però come tutte le società umane, inclusa quella occidentale contemporanea, siano in qualche modo basate su un substrato precedente di tipo comunista.

Quello che Graeber chiama “comunismo di base” ovvero l’idea che in qualunque società umana si applichi naturalmente il principio comunista ogni volta che ci si trovi “di fronte ad un bisogno reputato sufficiente a costi ragionevoli, a patto di non avere a che fare con dei nemici”[3]. Il comunismo di base può essere più o meno rilevante in un dato contesto: nelle grandi ed impersonali comunità urbane occidentali, probabilmente, “lo standard non andrà oltre alla richiesta di un fiammifero o un’indicazione stradale”[4] anche se esisteranno luoghi e situazioni in cui si condividono musica, cibo, bevande in maniera libera. Chiaramente, in altre comunità meno frammentate il comunismo di base si allargherà in modo significativo fino ad arrivare alla condivisione di strumenti produttivi (in molti paesi agricoli è normale condividere al di fuori del circuito commerciale macchine e lavoro nel momento in cui servono).

Altro aspetto interessante è che anche all’interno delle aziende capitaliste i meccanismi di funzionamento delle relazioni professionali sono quasi sempre incentrati su rapporti di tipo comunistico, nei quali le competenze vengono condivise senza che vi sia un accordo formalizzato di scambio. Concludendo, si può affermare che il comunismo di base è ben radicato nelle società umane di qualsiasi genere, a tal punto che anche il capitalismo sfrutta l’innata predisposizione delle persone a condividere le risorse in modo assolutamente naturale e, spesso, gratuito.

Un’altra suggestione riguarda la posizione dell’uomo occidentale contemporaneo che, spesso, si sente stretto fra due opposti ruoli: quello di schiavo sul posto di lavoro e di re nel tempo libero (che nel nostro contesto potrei anche definire come tempo di consumo). “La schiavitù formale è stata eliminata ma (come può testimoniare chiunque lavori ogni giorno otto ore) rimane l’idea che si possa alienare la propria libertà almeno temporaneamente. In effetti, questo determina ciò che dobbiamo fare per gran parte delle ore nelle quali siamo svegli, ad eccezione, di solito, nel weekend. La violenza è adesso in gran parte occultata. Ma solo perché non siamo più in grado d’immaginarci un mondo diverso, basato su accordi sociali che non richiedano la continua minaccia di pistole paralizzanti e videocamere di sorveglianza”[5]. Questa alienazione totale dell’essere umano nei ruoli di produttore e consumatore nelle società moderne (che Graeber contrappone alla visone olistica della persona tipica delle cd “società umane” precapitaliste) rappresenta, a mio avviso, uno dei più efficaci freni a qualsiasi tentativo di cambiamento dell’immaginario collettivo ai fini di un cambiamento sociale.

Ruolo del credito, della moneta, della guerra e delle religioni

Graeber mette in evidenza il ruolo preponderante dei rapporti di credito (spesso non strettamente espressi in moneta) evidenziando come per gran parte della storia umana, il lingotto d’oro o d’argento o la moneta coniata abbiano “svolto la stessa funzione che oggi è riservata alla valigia piena di banconote non segnate di uno spacciatore di droga: un oggetto senza storia, prezioso perché il suo possessore sa che sarà accettato in pagamento in ogni dove , senza domande di sorta”[6]. Quindi, i rapporti creditizi sono, di norma, preponderanti in economie pacifiche e in contesti di reti fiduciarie stabili (comunità locali, gilde di mercanti ed artigiani, comunità religiose, etc). Invece, il denaro diventa il mezzo privilegiato quando le società sono basate su politiche militari di tipo aggressivo, anche per la necessità di sovvenzionare un esercito stabile: per sua natura, il soldato professionale desidera tesaurizzare preziosi facilmente trasportabili e liquidabili e i saccheggi di guerra rendevano disponibili preziosi che si potevano utilizzare a tale scopo e schiavi utilizzabili per il lavoro coatto. Per quanto riguarda il prestito ad usura si rileva una presenza costante nella storia: va però sottolineato come nelle società aggressive gli effetti delle crisi debitorie siano più pesanti per le fasce più deboli, a causa della facilità di trasformare i rapporti di debito in rapporti puramente monetari.

Un’altra conseguenza dell’economia di guerra riguarda la nascita dei mercati comparsi, almeno nel vicino oriente, come effetti collaterali dei sistemi amministrativi di governo e strettamente collegati alla logica degli eserciti mercenari. L’ascesa dei mercati, avvenuta con la comparsa degli imperi aggressivi sullo stile di quello di Alessandro Magno ha consentito di configurare una “radicale semplificazione dei moventi che rese possibile parlare di concetti come profitto e vantaggio – come se fosse davvero quello a cui le persone andavano in cerca in ogni aspetto dell’esistenza […]: è stato questo a permettere che si potesse ridurre la vita umana ad una serie di calcoli fra mezzi e fini”[7]. Apparsero filosofie d’impronta materialista ma anche scuole filosofiche che esplorarono le fondazioni etiche e morali e che, a volte, diventarono il supporto teorico a movimenti sociali che si opponevano alla logica della monetarizzazione dei rapporti (anche dei rapporti di debito) conseguente alle nuove strategie imperialiste e militariste propugnate dalle élites. Alle crisi finanziarie dei secoli remoti, i governanti cercarono di rispondere con una rifondazione di tipo religioso[8]. “Il risultato finale fu una sorta di divisione ideale fra le sfere di attività umana che perdura ancora oggi: da una parte il mercato, dall’altra la religione.”[9].

Ruolo della moneta, del credito e dello stato: Capitalismo e mercato

Ma la nascita del mercato non sarebbe completa se non fosse stata accompagnata dallo sviluppo capitalistico in tempi più moderni. Graeber ricorda la distinzione di Fernand Braudel fra mercato come istituzione per scambiare merce utilizzando moneta, secondo la logica Moneta-Denaro-Merce, e il capitalismo che spinge la monetarizzazione aad un livello ancora superiore: il fine ultimo dello scambio è la produzione di altro denaro sullo schema Denaro-Merce-Denaro. Si sottolinea inoltre che l’ottimizzazione di questo meccanismo richiede normalmente un intervento di tipo normativo che garantisca un monopolio di fatto o di diritto al capitalista e, quindi, l’alleanza fra governo e capitale diventò fondamentale come incentivo all’accumulazione, limitando la libera concorrenza.

Anche il credito mantenne un ruolo fondamentale per assicurare lo sviluppo del nascente capitalismo. A partire dal 1700, “quello che vediamo all’alba del capitalismo moderno è un gigantesco apparato finanziario di credito e debito che, nella pratica, agisce per estrarre sempre più lavoro da coloro con cui entra in contatto e che, come risultato, produce un volume sempre crescente di beni materiali.”[10]. Il rapporto fra lo sviluppo del capitale e la capacità di conquista militare continuano ad andare di pari passo dalle varie Compagnie delle Indie supportate dagli imperi coloniali alle attuali multinazionali garantite dalla capacità militare statunitense. Graeber afferma esplicitamente che è la stessa potenza militare americana a tenere in piedi l’intero sistema monetario mondiale, organizzato intorno al dollaro.

Capitalismo contemporaneo, USA e Dollaro

La supremazia attuale del dollaro statunitense su scala globale è quindi basata su alcuni paradigmi tipici del capitalismo militare. “La servitù per debiti continua ad essere la maniera principale per reclutare lavoratori in tutto il mondo: sia in senso letterale, come in gran parte dell’Asia orientale e dell’America Latina, che in senso soggettivo, poiché gran parte dei lavoratori stipendiati sente di dover lavorare principalmente per rimborsare un prestito ad interesse di qualche tipo. Le nuove tecnologie di trasferimento e comunicazione hanno solo facilitato questo processo, rendendo possibile far pagare a domestici o a operai migranti migliaia di dollari in spese di trasferimento, per poi costringerli a lavorare per ripagare il debito in paesi lontani dove non hanno alcuna protezione legale. Le grandi istituzioni cosmiche […] non sono state create per proteggere i debitori ma per far valere i diritti dei creditori. Il Fondo Monetario Internazionale è solo l’esempio più lampante.”[11].

Esiste quindi un sistema di vigilanza internazionale (FMI, WTO, Banca Mondiale, etc) governato dai grandi paesi occidentali, con in testa gli Stati Uniti: “tutte funzionano secondo il principio per cui (a meno che uno non sia il Tesoro degli Stati Uniti) bisogna pagare i propri debiti, poiché si ipotizza che il fallimento di un qualunque paese metta in pericolo l’intero sistema monetario mondiale, minacciando di trasformare tutti i sacchi d’oro (virtuale) in pezzi di carta senza valore”[12]. Il dollaro come moneta di riferimento e riserva di valore del sistema mondiale è così fondamentale per perpetuare la supremazia economica e politica americana che gli Stati Uniti hanno prontamente attaccato (anche con mezzi militari) qualsiasi paese che tentasse di abbandonare il dollaro come moneta di riferimento (p.es Irak, Iran, Libia).

Nel contesto del capitalismo contemporaneo, anche la promessa keynesiana di un progressivo allargamento del benessere attraverso politiche sociali (sanità ed istruzione pubblica, etc) e la corrispondenza fra l’aumento della produttività del lavoro e l’aumento dei salari si è di fatto interrotta a partire dagli anni ’70. “Certamente, quando Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher nel regno Unito lanciarono un attacco sistematico al ruolo dei sindacati, come anche all’eredità di Keynes, stavano esplicitamente dichiarando che tutti gli accordi preesistenti erano saltati. A quel punto, tutti potevano avere diritti politici – negli anni novanta anche quasi tutte le popolazioni dell’Africa e dell’America Latina – ma i diritti politici non avrebbero più avuto alcun significato economico. Il legame fra produttività e salari fu fatto a pezzi: la produttività ha continuato a crescere, mentre i salari sono stagnati fino ad atrofizzarsi”[13].

La promessa di diventare tutti quanti “classe media” è diventata una chimera e la mobilità sociale ha smesso di costituire una potente forza di cambiamento nei paesi sviluppati. Al fine di garantire un tenore di vita stabile alle masse dei paesi ricchi sono stati introdotti potenti stimoli all’economia del debito anche attraverso massicce importazioni di beni di consumo prodotti in paesi a basso costo del lavoro. Il nuovo patto sociale americano è stato esportato anche in molti altri paesi divenendo noto come “neoliberismo”. “Come ideologia, afferma che non solo il mercato, ma il capitalismo ([…] i due non sono la stessa cosa) deve diventare il principio ispiratore di quasi tutto. Tutti noi dobbiamo pensarci come piccole aziende, organizzate intorno alla stessa relazione fra investitore ed imprenditore: tra il freddo calcolo del banchiere e il guerriero che, indebitato, ha perso ogni senso dell’onore per trasformarsi in una macchina disgraziata”[14].

Nel contesto attuale in cui la realtà si polarizza sempre più fra élites privilegiate e masse popolari sempre più sfruttate e in corrispondenza di un ambiente naturale in forte sofferenza, Graeber parla dell’ultimo stadio della militarizzazione del capitalismo americano. “Negli ultimi trent’anni si è assistito ad un alla costruzione di un vasto apparato burocratico per la creazione e il mantenimento della disperazione: una macchina gigantesca, realizzata prima di tutto per distruggere ogni speranza nella possibilità di un futuro alternativo. […] Questo compito richiede un vasto apparato di eserciti, prigioni, polizie, aziende private di sicurezza, sistemi di spionaggio militare e civile e macchine di propaganda di ogni tipo, la maggior parte delle quali non attacca direttamente le alternative, ma crea un clima perverso di paura, di conformismo sciovinista, e di semplice disperazione che fa apparire ogni pensiero di cambiare il mondo solo una vana fantasia. Per i sostenitori del libero mercato, pare che mantenere in vita questo apparato sia più importante che non garantire un’economia mondiale sostenibile”[15].

Considerato, quindi, che le élites capitaliste sono impegnate nel consolidamento di un sistema repressivo di controllo su scala globale e che le promesse di allargamento del benessere economico non costituiscono più una prospettiva credibile, occorre che anche i movimenti sociali ripensino il loro ruolo storico. La violenza ha costituito la base di crescita di un sistema di mercati capitalisti e solo attraverso la violenza il capitalismo tenta di sopravvivere. La logica del debito nel capitalismo è collegata strettamente all’ipotesi che sia possibile far crescere indefinitamente la produzione di merci e servizi. Ma questa è una logica che sta portando alla distruzione del pianeta e la crisi attuale impoverisce ulteriormente grandi masse popolari che hanno un forte incentivo ad opporsi alle élites dominanti.

Una possibile via d’uscita per Graeber sarebbe quella di “ridimensionare la cosa, andando verso una società in cui le persone possano vivere di più e lavorare di meno. […] C’è da tempo bisogno di un giubileo[16] del debito in stile biblico, che riguardi tanto i debiti internazionali quanto quelli dei consumatori. E’ salutare non solo perché risparmierebbe molte sofferenze, ma anche perché sarebbe il nostro modo per ricordarci che la moneta non è ineffabile, e ripagare i nostri debiti non è l’essenza della moralità, che tutte queste credenze sono convenzioni umane e, se la democrazia vuole dire qualcosa, che essa è la capacità di mettersi d’accordo per cambiare le cose. […Del resto], un debito è solo la perversione di una promessa. E’ una promessa corrotta dalla matematica e dalla violenza…”[17].

Concludo proponendovi una recente intervista:



[1] David Graeber, “Debito – I primi 5000 anni”, Il Saggiatore, 2012.

[2] Graeber (2012) p.93

[3] Idem. p.96

[4] Idem. p.96

[5] Idem p.206

[6] Idem p.209

[7] Idem p.232

[8] “In India, Ashoka tentò di rifondare il suo regno sul buddismo ; a Roma, Costantino si rivolse alla cristiantità; in Cina, l’imperatore Han Wu Ti […] fece del Confucianesimo la religione di stato…”, Idem p.242.

[9] Idem p.242

[10] Idem p.335

[11] Idem p.356

[12] Idem p.357

[13] Idem p.363

[14] Idem p.365

[15] Idem p. 370

[16] Una cancellazione generalizzata di tutti i debiti non derivanti da transazioni commerciali.

[17] Idem p.378-379

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One Response to David Graeber: Debito – Una recensione

  1. blackblogger says:

    Di Graeber ho letto da poco “Critica della democrazia occidentale” e spero di riuscire a leggere presto anche “Debito” (anche se purtroppo mi toccherà in inglese o tedesco), non solo perchè l’argomento è attualissimo e lo sarà probabilmente (purtroppo!) ancora a lungo, ma anche perchè mi piace molto l’approccio dal punto di vista antropologico a certe tematiche. Inoltre sono curiosissimo di confrontare quello che scrive Graeber con un’altro libro che ho appena finito di leggere, si tratta di “Il denaro sterco del demonio” di Massimo Fini, almeno per quanto riguarda appunto l’aspetto storico-antropologico sulla nascita del denaro, del mercato e del capitalismo con tutte le implicazioni economiche e sociali, nella speranza di poter approfondire le mie ancora scarse conoscenze sul tema.

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