Rivoluzione? Reloaded

Come già dimostrato nell’articolo precedente il dibattito sul concetto di rivoluzione è antico quanto il movimento anarchico. Ciò nonostante, sembra non aver perso d’attualità e tuttora se ne parla: le compagne e dei compagni del Centro Studi Libertari-Archivio Giuseppe Pinelli e il collettivo Asperimenti di Milano hanno, infatti, organizzato un convegno dal titolo eloquente, “Rivoluzione?”, al quale ha potuto partecipare un corrispondente de “L’Anarchico”. Descriviamo quindi in modo non sequenziale e necessariamente personale l’andamento della giornata che ha visto la partecipazione attiva di molte compagne e compagni anarchici da tutta la penisola[1].

La trattazione del tema si è basata sulla classica contrapposizione (già presente nel pensiero malatestiano come descritto in precedenza[2]) tra il concetto di rivoluzione come processo evolutivo che muta radicalmente ma gradualmente i rapporti sociali, inserendo ed allargando gli elementi libertari all’interno di un contesto gerarchico, fino al punto in cui si producano cambiamenti irreversibili in senso anarchico e il punto di vista che sostiene, invece, la necessità di un evento rivoluzionario (insurrezionale) di massa al fine di poter porre le pre-condizioni per un mutamento sociale durevole. Queste due posizioni sono state rappresentate rispettivamente dagli interventi di Tomas Ibañez, compagno spagnolo autore dell’articolo “Addio alla rivoluzione” e dal compagno argentino Eduardo Colombo, autore dell’articolo “L’orizzonte dell’insurrezione”. I due invitati hanno riproposto un dibattito, in parte già affrontato alla metà degli anni ’80 del secolo scorso, in un contesto ricco di giovani interessati ad approfondire la questione.

Foto di Roberto Gimmi

Ibañez afferma che “il concetto di rivoluzione è antitetico o incompatibile con il pensiero anarchico, per il fatto stesso che è portatore d’una serie di conseguenze o effetti che sono necessariamente liberticidi”. Chiarisce però l’importanza del “«desiderio di rivoluzione» che costituisce un elemento fondamentale della sensibilità social-emancipatrice e del pensiero utopico o d’ogni esigenza etica”[3]. Nella società contemporanea, l’immaginario rivoluzionario va ancorato al presente in una sorta di  «rivoluzione continua» e dal punto di vista dell’azione ci si deve concentrare su frammenti di libertà da strappare alla società del dominio, poiché “l’attività pratica dei libertari può, eventualmente, scatenare o provocare una rivoluzione, ma mai come risultato di un effetto ricercato, mai come esito d’un progetto razionale e coerente”[4]. Si tratta di una concezione nella quale i focolai di resistenza al dominio, che lottano per espandersi e generalizzarsi nella società, ricostituiscono il significato del concetto di rivoluzione in un contesto post-moderno, in quanto consentono di sperimentare pratiche di liberazione e di autogestione.

Ibañez ritiene che essere anarchici e rivoluzionari oggi significa rifiutare di essere totalizzanti e abbandonare definitivamente l’idea di un’insurrezione di massa, cercando invece di rivoluzionare la società qui ed ora, attraverso pratiche libertarie che riescano a rompere la logica del dominio nelle relazioni sociali e ad aprire «spazi stranieri» rispetto ai valori dominanti. Si rende conto della critica di chi ritiene che l’atomizzazione delle lotte e la mancanza di una prospettiva rivoluzionaria di carattere globale costituisca una difficoltà nell’affermazione dell’anarchia, ma sostiene che questo salto di prospettiva sia assolutamente necessario al fine di affrontare le sfide della contemporaneità, anche perché non c’è alcuna ragione per credere che l’anarchia sia desiderabile per tutti gli esseri umani.

La posizione di Eduardo Colombo invece riparte dalla concezione malatestiana di rivoluzione come progetto di cambiamento radicale dell’esistente dipendente dalla volontà umana. L’agente rivoluzionario è soggetto collettivo che si costituisce attraverso l’azione rivolta al cambiamento sociale. La sua relazione inquadra la rivoluzione nel processo storico a partire dai secoli XVI e XVII e descrive il «deperimento» della progettualità rivoluzionaria degli ultimi 50 anni, dopo che l’esperienza totalitaria bolscevica, fascista, nazista, franchista e stalinista hanno letteralmente massacrato l’esperienza pratica della rivoluzione in tutti i paesi che l’hanno sperimentata nel corso del ‘900. Eduardo rileva anche che il pensiero liberale dominante ha utilizzato i concetti introdotti dai pensatori della cosiddetta French Theory (o post-strutturalismo) per eliminare la giustizia sociale dall’orizzonte della storia mantenendo l’enfasi sulla libertà individuale.

In questo contesto di neoliberalismo dominante, Colombo ritiene che l’immaginario libertario e ugualitario anarchico può realizzarsi soltanto attraverso un rovesciamento dell’immaginario dominante in un contesto insurrezionale. Tutto ciò che viene proposto e conquistato attraverso rivolte o riforme parziali non fa altro che rinforzare il sistema esistente. Chiaramente, viene sottolineato che la rivoluzione è, comunque, un processo di lungo corso volto a realizzare un cambiamento radicale del sistema di relazioni sociali dominanti e, quindi, le lotte parziali sono assolutamente fondamentali al fine di mettere in discussione e far vacillare il sistema. Ma alla fine Colombo ritiene che soltanto un’insurrezione generalizzata potrà permettere una ricostruzione della società su basi autenticamente libertarie.

L’intervento di Toni Senta, giovane storico appartenente alla redazione di Umanità Nova, ricorda che la teoria abbracciata dal sistema di dominio postula la «fine della storia» con il raggiungimento della democrazia rappresentativa di tipo occidentale, cercando di chiudere di fatto tutte le porte alle utopie (e in larga parte ci riesce). In realtà, la ribellione cova sotto la cenere in gran parte del mondo occidentale e non solo. Da questo punto di vista, Toni parla di “rivoluzione come possibilità reale” e mette l’accento sulla necessità di contrastare a tutti i livelli il sistema di dominio del quale lo Stato non è che il simbolo.

Il tentativo di superare l’interrogativo nel titolo del seminario e la contraddizione tra Ibañez e Colombo avviene con gli interventi di due giovani compagni del collettivo Asperimenti. Per Andrea Breda l’anarchia rappresenta l’unico metodo possibile per condurre una lotta collettiva per la libertà. Nella società si parla di dominio quando il potere è concentrato in alcuni soggetti in grado di definire i rapporti sociali: quando le relazioni di dominio si istituzionalizzano e naturalizzano si arriva alla servitù volontaria. D’altra parte, la libertà si definisce in modo relativo quando i soggetti siano in condizione di esercitare il loro potere di definizione dei rapporti sociali. Non esiste quindi la possibilità di definire la libertà in modo assoluto poiché tale definizione sarebbe intrinsecamente autoritaria. In questo contesto, la tensione fra istituzionalizzazione della società da un lato e il desiderio di poter continuamente rinegoziare i termini del contratto sociale può risolversi in senso rivoluzionario attraverso la creazione di spazi di confronto ed autogestione.

L’intervento di Andrea Staid costruisce sulle premesse del Breda una possibile definizione dell’azione rivoluzionaria. Il cambiamento del paradigma dominante in una data società procede infatti per rotture che superano lo stato precedente per raggiungerne uno diverso. I rapporti di dominio sono infatti ovunque nella società e lo Stato diviene, come già intuito da Gustav Landauer nel 1910[5], un sistema di relazioni. Conseguentemente, la rivoluzione come «presa del palazzo» non avrebbe senso.  Staid suggerisce di togliere la rivoluzione dalla «dimensione evento » alla «dimensione processo ». Questa lotta continua per la libertà costituisce quindi l’azione rivoluzionaria possibile e libertaria, nel nostro contesto contemporaneo. Le pratiche rivoluzionarie di liberazione sono molte e diverse e ne vengono citate alcune a titolo esemplificativo ma non esaustivo: lo squatting, il critical gardening e la pratica degli orti collettivi, la critical mass ciclistica e le autoproduzioni (DIY).

Andrea Staid fornisce alla fine del molto partecipato dibattito una chiave di lettura dell’intera giornata e dello spirito di molti dei partecipanti quando afferma che oggi, a suo avviso, il militante anarchico non può aspettare passivamente un’insurrezione di massa che non ha alcun mezzo di provocare e, quindi, si deve concentrare sulle pratiche di liberazione e di autogestione utili per introdurre nella società elementi libertari che possano radicarsi e diffondersi. Certamente, se le condizioni di un’insurrezione dovessero presentarsi, gli anarchici non rimarrebbero senz’altro a guardare, anche perché dovrebbero cercare in tutti modi di assicurarsi che gli effetti non ricalchino gli schemi autoritari che hanno prevalso in passato.


[1] Ci limitiamo qui a sintetizzare gli interventi dei relatori trascurando, anche per motivi di spazio, gli interessanti interventi del dibattito molto partecipato e plurale.

[2] Vedi http://anarchico.noblogs.org/post/2010/10/28/rivoluzione-oggi-o-anche-no/

[3] Tomas Ibañez “Addio alla rivoluzione” su http://asperimenti.noblogs.org/files/2010/10/Ibanez.doc

[4] Ibidem

[5] Lo Stato non è qualcosa che si possa distruggere con una rivoluzione, ma è una condizione, un certo rapporto tra esseri umani, una modalità del comportamento umano: lo distruggiamo stabilendo nuove relazioni, comportandoci in modo diverso.

This entry was posted in Recensioni, Rivoluzione and tagged , , , , , , , , , , , , , , , . Bookmark the permalink.

16 Responses to Rivoluzione? Reloaded

  1. Max says:

    Condivido gli ultimi commenti dell’anarchico in “Rivoluzioni possibili?” sul fatto che il/la militante libertari@ ‘dovrebbe’ cercare di rivoluzionare soprattutto sé stess@ senza ‘possibilmente’ cancellare l’insurrezione popolare dal proprio orizzonte (almeno propositivo) facendosi protagonista nei rivolgimenti sociali e/o nella difesa degli spazi che il dominio vuole negare o cancellare.
    Poi, ogni compagn@, secondo la propria visione, capacità e secondo le proprie personalissime esperienze e passato, può sentirsi liber@ di criticare anche argutamente o, perché no, spiritosamente la pratica o la visione degli altri anche e soprattutto quando, come per i commenti precedenti, io credo si noti quando siano ‘indomite’ ed in un certo modo apprezzabili e perché no, forse propositivi, alcuni aspetti di certe analisi dei commentatori / commentatrici (che stimo) di questo stesso spazio. Perché comunque, mettono “in discussione il presente” con l’arguzia e l’intelligenza che, per me contraddistingue i libertari, anche se, per me indomitamente… 🙂 non si professano più tali.

  2. Max says:

    Saluti Strippy,

    dal tono e concetti del tuo messaggio io avverto lo stesso che hai percepito tu dal mio commento che non aveva, forse come il tuo, onestamente l’aspirazione di ‘insegnare’ a nessuno, erano opinioni mie e non è certo prendendoci reciprocamente per il culo che arriveremo ad uno scambio fruttuoso di idee (sempre che questo sia l’obiettivo).

    Per me in-domit-ismo (che ribadisco essere la mera traduzione di An arx ia) non è un concetto negativo, è propositivo.

    Rivoluzione non è, come ho letto in troppi commenti qui, un concetto negativo e fuori dal tempo, ma propositivo e attuale.

    Se la vuoi prendere come un lezione o una bacchettata (?) da un supposto maestro (io?) dell’anarchia :-), sei libero di farlo. Forse non aspettavi altro.
    Ma il concetto non era quello.

    Io non concordo sul fatto che per cambiare la società non sia indispensabile la ‘volontà’ di farlo. Se vuoi mandami pure a cagare anche 100 volte.

    Salud, Max

  3. strippy says:

    Se non è un club quello!….
    Mi mando a cagare da solo così ti risparmio fiato.

    Da quanti anni è che scrivi di anarchia??? Tanti suppongo, e cos’è cambiato da allora?
    La rivoluzione deve partire da noi, dai nostri corpi….
    “l’anarchismo lo si vede dove non c’è, non lo si vede dove è presente”.
    E’ molto più diffuso di quanto voi pensiate e molto meno di quanto voi crediate.
    Con questo ti saluto e spero che facciate proseliti nel nome dell’anarchia.
    Io non ci credo più. Sono anarchico ma non pratico più, come un cristiano che non va più a messa la domenica.
    Ciao

  4. strippy says:

    Max ha scritto: \L’anarchic@ deve essere o aspirare ad essere indomit@\

    Quando adesso? Ad essere indomito oggi dovrei scappare su un’isola deserta.
    Dire ciò che si deve e/o non si deve essere per essere anarchici fa ridere….
    L’anarchico è un indomito, e per essere anarchici fino in fondo non serve la coerenza ma tanta buona volontà in più.
    E se qualcuno domani mi dicesse: \amico, devi metterci più volontà!\, bé, gli risponderei di andare a cagare subito che di maestri a scuola ne ho avuti di meglio.
    :)))
    Scusa è il fumetto che mi vuole così! Io potrei anche darti ragione, ma quando diventi una macchietta, sei costretto a prendere per i culo tutti come tutti hanno preso per il culo me.

  5. Max says:

    Ciao a tutti/e,
    ho trovato molto interessante il dibattito. Ringrazio quindi per averlo qui riportato. Da anarchico considero l’aspetto rivoluzionario importante e, anche se una rivoluzione sociale vera e propria possa , nella situazione attuale, sembrare difficile, credo che un forte spirito rivoluzionario sia un aspetto che deve animare cuore, mente e temperamento di un anarchic@. Non importa poi come e dove, l’importante è che l’anarchic@ sia “indomito”. Personalmente traduco, da sempre, con ‘indomitismo’ la parola Anarchia (senza dominio).

    Lo spirito rivoluzionario si manifesta, nella forma sociale più eclatante, in folle armate di pietre che rovesciano il potere vigente ma, nell’ambito personale, in un forte indomitismo.

    L’anarchic@ deve essere o aspirare ad essere indomit@, rivoluzionari@ nel senso che è predispost@ alla rivolta “personale” (ma anche collettiva) contro le imposizioni: un@ ammutinat@ al sistema di potere, ai domini su se stess@ in senso generale.

    La forza della ‘lucida ragione’ ed il ‘coraggio della lotta’ per la libertà ci devono contraddistinguere.

    Questo perché senza l’indomitismo personale, un sistema libertario non ha gli strumenti per funzionare dato che l’individuo si sottrarrebbe, per mancanza di ardimento o volontà, alle proprie responsabilità, cioè alla lotta costante contro il sopruso, di uno o di molti, la lotta contro l’ignoranza, la lotta alle disuguaglianze …. Bisogna quindi invece cercare di svilupparlo, l’indomito spirito rivoluzionario, perché esso è proficuo sia per noi stessi che per supportare anche gli altri.

    Sono personalmente e caratterialmente un pacifista e mi sono sempre trovato in forte disagio nei momenti più violenti o cruenti di lotta insieme agli altri compagni, ma mi ha sempre animato il pensiero che uno sforzo da parte mia fosse necessario anche proprio per conquistare, con la lotta, la mia, di libertà.

    Considero interessante il pensiero di Andrea Staid in merito alla dimensione “processo” e non solo ‘evento’ rivoluzionario e le pratiche di lotta per la libertà che, negli anni, si sono per me “naturalmente” manifestate soprattutto per mano e pensiero di quei compagni che avevano bisogno, personalmente, di uno spazio libero, di non dipendere (sempre per ragioni di libertà anche personale) dai costosi prodotti del sistema vigente per rivolgersi all’autoproduzione collettiva di individui, come loro, libertari.

    Per mia forte esperienza personale i soli ‘principi’ rivoluzionari o filosofici di cambiamento, non funzionano senza la reale e vitale “necessità” di uno spazio libero o di libertà individuale e/o collettiva e senza ovviamente, quello ‘spirito indomito’ che ci deve animare per conquistarci tali spazi.

    Questo accade ovunque: in strada, sul lavoro, nello e per lo squat, in un nucleo familiare.

    Credo che Andrea abbia lucidamente e finalmente esaminato la questione cercando le soluzioni e ragionando sui metodi reali per una rivoluzione anarchica. Infatti il suo pensiero mi pare abbia la potenzialità di legare le vecchie e nuove lotte e mi sembra abile a unire le varie anime del movimento.

    Io non comprendo, con tutto il cuore, le asserzioni qui apparse in merito alla polverosità di un’insurrezione generale (?) o ai supposti profeti dell’’anarchismo (?) o alla poca “pratica” del sentimento rivoluzionario (?).

    Il sentimento rivoluzionario, prima di tutto personale, è oltremodo “pratico”: è quello grazie al quale ci si fa “realmente” carico della propria libertà insieme agli altri ed è quello grazie al quale anche i pensatori più moderati o individualisti dell’’anarchismo hanno rischiato vita e posizione sociale per prendere pubbliche le loro idee.

    Non esiste per me An-Arx-ia senza l’in-domito e dissidente spirito rivoluzionario.

    Senza tale spirito avremo una giusta e corretta filosofia ma mai l’an arx ia come sistema sociale.

    E’ per me impossibile, ripeto, mettere in discussione o meglio in reale difficoltà il “potere” senza un approccio individuale indomito e rivoluzionario.

    Se questo spirito poi, diventa collettivo e sfocia in un’insurrezione universale, tanto meglio. Perché mai dovremmo considerare un’eventualità del genere polverosa o retrograda?

    Per capire e accettare la visione sovversiva e rivoluzionaria basta soltanto rovesciare, come da sempre gli anarchici hanno fatto, la visuale e guardare all’individuo, a noi stessi.

    Le pratiche di cui parlava Andrea quali l’autogestione, l’autoproduzione, l’occupazione eccetera, sono manifestazioni che io considero semplici e naturali, direi umane, dello spirito rivoluzionario, dell’indomitismo che rifiuta le imposizioni di una vita uniformata e strutturata in lavoro/affitto/acquisto/soprusi e persino schiavitù o morte. Contro un dominio totale sulla nostra e altrui esistenza e per la riorganizzazione della vita economica, etica e culturale.

    Io credo che se l’ottica del nostro essere anarchici sia rivolta, come per me deve, verso noi stessi e la conquista quotidiana della nostra libertà con la lotta personale e conseguentemente collettiva, si trascenda velocemente ogni limite, definizione e classe di Rivoluzione (graduale o istantanea ecc).

    L’insurrezione generale è un pregevolissimo “effetto”, non è la causa, non è il solo obiettivo, questo gli anarchici lo dicono da sempre e lo dicono tutti, il nostro obiettivo è la libertà e, per essa, è necessario un’ indomabile e permanente spirito RIVOLUZIONARIO, anche e soprattutto personale. Lo spirito indomito e rivoluzionario è l’unico che affranca, quello che non teme le macerie e che persino sopra di esse, senza paura, continuerà a costruire in qualsiasi situazione storica o contingente.

    Max

  6. strippy says:

    ha ragione Gino è inutile che insisti….
    in sintesi questa è la mia posizione al riguardo:

    “Una società libera non può essere l’imposizione di un “ordine nuovo” al posto di quello vecchio: e l’ampliamento degli ambiti di azione autonoma fino a che questi occupino gran parte della vita sociale (il fatto che una liberazione di questo genere sia graduale non vuol certo dire che possa avvenire senza rottura rivoluzionaria, perché in molti campi, per esempio nella guerra, nell’economia, nell’educazione sessuale, qualunque liberazione autentica prevede un cambiamento totale).”
    Paul Goodman

    P.S. Sfondi una porta aperta in quanto a pluralismo nell’anarchismo….
    CIAO!

  7. gino says:

    Ciò che di vero ha scritto E. Colombo sulla “rivoluzione” non è -al meno per ora nelle liberal-democrazie occidentali – necessariamente importante. Tutto qua.

  8. gino says:

    Perché tu credi seriamente che in Italia o in una “democrazia liberale” oggi sia molto più importante mettersi a discutere di rivoluzione piuttosto che cercare gli strumenti per mettere in pratica e sperimentare l’autogestione e la democrazia diretta qui e ora? Se vuoi oggi la mia “rivoluzione” è questa, e domani sarò troppo vecchio per farla con metodi più violenti (che non disdegno), semmai servirà a qualcosa per una società più libertaria.

    Hai ragione, ognuno decide liberamente su cosa discutere, possiamo anche discutere di primitivismo, spiegando ai milanesi i vantaggi immediati che ne trarrebbero in termini di ossigeno e di verde, tutto vero ma, non molto importante a mio modesto parere, però se ne può parlare, e chi ve lo vieta?

    Per quanto riguarda il resto, devo ringraziare ancora una volta mia fantasia…..

    • lanarchico says:

      @gino: quello che credo l’ho scritto nel blog (se l’hai letto) e nelle repliche… e non ho mai scritto quello che mi vorresti attribuire. Per quanto riguarda il pensiero di Colombo sulla rivoluzione, L’Anarchico non ha mai preso posizione in suo favore ma si è limitato a fare un resoconto del convegno in cui si sono espresse posizioni plurali che dovrebbero essere tutte rispettate da chi, come me, si professa anarchico.

  9. spazi altri says:

    Hai ragione, resta il fatto che non tutto ciò che è plurale è sempre importante. Sarà pur vero quello che dici…. ma la rivoluzione/insurrezione non mi sembra un argomento – oggi – molto importante.
    Mi farebbe piacere invece sapere in che modo verrebbero prese le decisioni, con esempio pratici, sia in un contesto post/rivoluzionario che non, come decidere, quali contrapposizioni decisionali nella pratica tra maggioranze e minoranze, cioè quali forme assumerebbero nella pratica le libertà singolari, quali obblighi e vincoli per tutti invece?
    Ho come l’impressione che si perda molto tempo a discutere su questioni poco interessanti (RIVOLUZIONE/INSURREZIONE) mentre mi domanderei piuttosto quali sarebbero i criteri decisionali, quali i vincoli di praticità uguali per tutti, dal sistema fognario per farti un esempio al digitale terrestre, maggioranze/minoranze, quale autonomia? Come? Perché non studiare le teorie e le forme decisionali da mettere in pratica, da sperimentare, per imparare l’esercizio dell’autonomia e della libertà, partendo dal mio quartiere, dal mio condominio, da casa mia, dal mio vicino che non vuole la parabolica sul tetto per finire con un palazzo pieno di paraboliche.
    Insurrezione? Qualche serata al circolo dei malfattori a farsi due birre?
    Non si corre il rischio di costruire strade “rivoluzionarie” senza sapere come percorrerle senza un’impalcatura che la riempi di contenuti pratici?
    Tutta questa enfasi sulla libertà futura la trovo poco interessante.

    Non mi appassiona il dibattito sulla “rivoluzione” oggi, mi appassiona molto di più saper rispondere ai quesiti concreti della gente quando mi trovo a discutere di scelte e decisioni, senza tirare in ballo l’insurrezione/rivoluzione, che ai più non gliene frega una beata fava, purtroppo o per fortuna non lo so.
    Certe volte – purtroppo – mi trovo a dover dare ragione a Berti, – il solo pensiero al suo approccio culturale anti-relativista mi angoscia e mette i brividi lungo la schiena, forse conosce un passaggio per una porta segreta in cui riesce a conoscere il punto di vista di dio, o forse crede al suo punto di vista come se fosse un fondamento scalfito nella roccia della verità, nel credere che esistano valori culturali superiori non equiparabili con altri – quando nonostante tutto afferma che l’anarchismo se va avanti così potrà incidere solo in modo minimale ai cambiamenti della società.
    Lungo è il cammino scriveva S.Vaccaro.

    P.S. Io per ragioni di salute e per altre sventure non posso fare più un cazzo, non conosco l’ambientino…. e non sono tipo da dibattito da circolo anarchico ……
    Statte bbuon.

    • lanarchico says:

      @ spazi altri: sul fatto che la rivoluzione non sia un argomento importante mi pare che ti sbagli, non soltanto considerando gli eventi di stretta attualità nel mondo arabo (chi l’avrebbe mai pronosticato??). In ogni caso, non trovo nulla di strano nel fatto che ognuno faccia quello che più lo interessa. Un anarchico dovrebbe però abituarsi a portare avanti le sue convinzioni senza sminuire quello che pensano e fanno altri. Spero quindi di essere presto invitato a dibattiti sulle questioni “pratiche” che tu citi e ti prometto in anticipo di fare resoconti anche su quelli… Magari se frequentassi qualche circolo anarchico potresti anche collaborare ad organizzarne uno, magari bevendo due birre ;-)…

    • Adriel says:

      Salve Ragazzi,mi chiamo Federica e vi scirvo da RadioInCorso, la radio dell Universite0 degli Studi.Giovedec 20 ottobre nel nostro Talk di Attualite0 e Costume PantaRei affronteremo il tema INDIGNADOS, la loro protesta e i successivi scontri a Roma.Saremmo quini lieti di avere un vostro rappresentate come ospite all’ interno del programma in modo che possa intervenire sull’argomento.La puntata ha inizio alle ore 17:30 presso gli studi di RadioInCorso, collocati al quarto piano dell’ edificio H3 situato all’ interno del campus universitario di Trieste.Se qualcuno di voi e8 disponibile, lo prego di arrivare circa dieci minuti prima dell’ inizio della puntata per motivi tecnici e organizzativi.Grazie per l’ascoltoFederica ProfiloStaff RadioInCorso

  10. E’ una grande cazzata la rivoluzione/insurrezione.

  11. strippy says:

    Io non capisco; per rivoluzione cosa intende Colombo? Fare la guerra allo Stato con tutti i mezzi necessari? Indottrinare la gente? Aiutare le persone a pensare o insegnare alle persone a pensare?
    Finirò come Goodman, lui comincio a non definirsi più liberale per dirsi anarchico appena si rese conto della strada imboccata dal liberalismo capitalista…
    Io comincerò a dimenticare l’anarchia a causa dei troppi profeti dell’anarchia che a mio parere la vogliono in qualche modo ancora incollata al suo passato.
    A mio avviso sono davvero poche le menti illuminate dell’anarchia da l’800 a oggi.

    • lanarchico says:

      @ strippy/spazi altri: come forse si capisce dal blog e sicuramente sai, il pensiero anarchico è per sua natura plurale e aperto a diverse interpretazioni. A differenza di molte altre proposte di stampo “rivoluzionario”, l’anarchismo non deve essere inteso come una chiesa nella quale tutti debbono soggiacere alla disciplina di partito a pena di scomuniche o allontanamenti. Ben venga quindi l’onesta contrapposizone tra Colombo e Ibanez e, ovviamente, benvenuto anche il tuo punto di vista che, son certo, non toglierà all’ultraottantenne Eduardo Colombo la voglia e l’energia di portare avanti le sue posizioni…

  12. L’intervento di Colombo, pur rispettandolo, non lo condivido.
    Ognuno è libero di credere ciò che vuole, io stesso non ho la verità, però quest’idea polverosa di insurrezione generale non spiega quali rapporti dovrebbero sussistere tra le persone dopo la rivoluzione; gli scambi, la proprietà….
    Non tutti gli anarchici si professano anarco-comunisti, e la convinzione di essere in possesso della verità sia da una parte come dall’altra, spesso ha portato a squalificare dal dibattito pubblico ogni punto di vista diverso. Non mi sembra che Malatesta appoggiasse questa soluzione sul finale della sua vita.
    Senza accusare il post-strutturalismo di chissà quali colpe… forse bisognerebbe rivalutare il pensiero di Paul Goodman.

Comments are closed.