Rivolte arabe: arriva Toni Negri…

Dopo aver cercato di inquadrare la situazione insurrezionale in medio oriente e aver cercato di metterla in relazione con la nostra realtà e con il ruolo dei libertari nel precedente contributo de L’Anarchico, riprendiamo l’argomento segnalando un recente articolo di Michael Hardt e Toni Negri sul quotidiano inglese The Guardian[1] che ha scatenato un certo dibattito anche in Italia. Per chi non conoscesse questi autori, rimando alla enorme quantità di materiale anche critico disponibile.

Personalmente, ritengo che le elaborazioni teoriche di Hardt e Negri, a partire dai concetti di Impero e Moltitudine[2], non aggiungano novità trascendentali all’analisi anarchica del potere e del dominio. Probabilmente, il loro contributo è riconosciuto quale fondamentale da amplissime aree della sinistra ex-, neo- e post-marxista (e non soltanto) proprio perché nei momenti più proficui delle loro elaborazioni teoriche riescono ad evitare di riferirsi all’anarchismo, pur saccheggiando a piene mani dal pensiero libertario storico e contemporaneo. Forse per questo motivo, le loro idee vengono equivocate per anarchiche da alcuni dei loro stessi compagni marxisti-leninisti. Questo fatto, unito all’astrusità del loro modo intellettualistico ed elitario di analizzare la realtà che rende i loro testi ancora più indigesti per un libertario, dovrebbe spiegare la mia incapacità ad approfondire l’analisi di questi autori che rappresentano, peraltro, un punto di riferimento teorico per tutta l’area della nuova autonomia in Italia (inclusi disubbidienti, Ya Basta! e simili) e all’estero.

Fatta questa debita premessa, restringerei quindi il campo all’articolo lasciando alle lettrici ed ai lettori di espandere i ragionamenti con le loro eventuali conoscenze su questi autori se lo ritengono opportuno. L’articolo in questione si intitola significativamente: “Arabs are democracy’s new pioneers” ovvero “Gli arabi sono i nuovi pionieri della democrazia”. In sintesi, Hardt e Negri partono con l’augurarsi che “le attuali lotte facciano del mondo arabo nel prossimo decennio ciò che l’America Latina è stata nel precedente, ovvero un laboratorio di sperimentazione politica tra forti movimenti sociali e i governi progressisti dall’Argentina al Venezuela, e dal Brasile alla Bolivia”[3].

Per la verità, anche L’Anarchico nutre la speranza che le rivolte nei paesi arabi possano svilupparsi in senso realmente democratico e che il popolo di quei paesi possa costruire, nel prossimo futuro liberato dalla tirannia, un sistema di partecipazione reale alla politica, evitando il rischio di passare da una dittatura ad un’altra (cfr precedenti articoli). Ma rispetto alle affermazioni di Negri-Hardt evidenzio la mia prima osservazione fortemente critica: anche sulla base dei resoconti dei nostri compagni nei paesi sudamericani citati, le sperimentazioni sociali progressiste sono state poche e limitate alle situazioni nelle quali i movimenti sociali erano sufficientemente forti da imporle ai loro governi che, nel migliore dei casi sembrano più una riproposizione della solita zuppa riformista (come in Brasile ed Argentina) mentre nel peggiore (Venezuela) il governo assomiglia di più ad un regime autoritario sullo stile castrista che ad una democrazia[4].

I due autori poi tracciano un parallelo fra le rivolte arabe (che evitano consapevolmente di chiamare rivoluzioni per evitare accostamenti scomodi con le rivoluzioni del passato) e i fatti avvenuti negli ultimi anni a Seattle, Buenos Aires, Genova e Cochabamba in Bolivia ovvero una rete orizzontale che non dispone di una leadership centralizzata. In questo contesto, l’opposizione politica può partecipare alla rete ma non è in grado di dirigerla. Si mette anche in evidenza l’incapacità degli osservatori esterni di comprendere che, in questo contesto, la moltitudine[5] è in grado di organizzarsi senza un centro e che l’imposizione di un leader o la co-optazione da parte di un’organizzazione politica tradizionale ne svuoterebbe la forza. Quindi, la prevalenza degli strumenti tipici della rete internet (Facebook, YouTube, and Twitter) sarebbe un sintomo e non la causa di questa struttura autonomamente organizzata[6].

Onestamente, trovo che il parallelo fra il movimento che si oppone al neoliberalismo visto a Seattle o a Genova con le rivolte in Tunisia, Egitto o Libia sia molto azzardato e, anche postulando che punti di contatto ci siano, Negri e Hardt nel loro scritto non ci aiutano a scoprirli. Per quanto riguarda, invece, la descrizione dell’organizzazione popolare mi pare che siamo d’accordo, anche se mi sembra si tratti di considerazioni abbastanza ovvie.

Entriamo un po’ meglio nella questione quando si interpretano gli scopi dei “movimenti a rete organizzata” (organised network movements) che, pur rifiutando una leadership centralizzata, debbono comunque consolidare le proprie richieste in un nuovo processo costituente che leghi i segmenti più attivi della ribellione ai bisogni della popolazione nel suo complesso. Secondo Negri e Hardt, le insurrezioni dei giovani arabi non sarebbero dirette ad ottenere una tradizionale costituzione di tipo liberale, che semplicemente garantisca la divisione dei poteri e una dinamica elettorale regolare, ma piuttosto ad una forma di democrazia adeguata alle nuove forme di espressione e bisogni della moltitudine. Questo deve includere, prima di tutto, il riconoscimento costituzionale della libertà di espressione – non nella forma tipica dei media dominanti, costantemente soggetti alla corruzione dei governi e delle élites economiche, ma in una forma che sia rappresentata delle esperienze comuni delle relazioni di rete[7].

In effetti, non posso che concordare sull’identificazione del problema cruciale che oggi le rivolte arabe debbono prontamente affrontare: il passaggio dalla ribellione alla costruzione di un nuovo sistema. Molto più modestamente, anche L’Anarchico, nei precedenti scritti, aveva evidenziato questo problema di soluzione non certamente facile. Un movimento costituito da una rete rappresentativa di bisogni e di richieste spesso slegate fra di loro (e a volte in contraddizione l’una con le altre) ma unite temporaneamente nella lotta, può riuscire a far vacillare un sistema di dominio ma, in assenza di una leadership forte, storicamente non è in grado di farsi proposta concreta, lasciando spazio alla reazione delle vecchie élites e all’emersione delle forze meglio organizzate e in grado di strumentalizzare la situazione. Qualcuno si ricorda dei bolscevichi del 1917? Gli equivalenti di oggi potrebbero essere i Fratelli Musulmani o altri gruppi islamisti? La prima risposta di Negri e Hardt riguardo alla necessità di un nuovo processo costituente che garantisca in primo luogo la libertà di espressione mi pare davvero debole, se non adeguatamente supportata da un processo più ampio che vada a rivoluzionare gli aspetti economici e sociali che determinano l’accesso alla comunicazione stessa.

E i due autori se ne accorgono senz’altro, poiché si sentono in dovere di ricordare che “le rivolte sono nate in un contesto non soltanto di disoccupazione e povertà di massa ma anche un generalizzato senso di frustrazione espressiva e produttiva specialmente fra i più giovani e, quindi, una risposta costituzionale radicale dovrà inventare un piano comune per gestire le risorse naturali e la produzione sociale. Questa è una soglia oltre la quale il neoliberalismo non può passare e il capitalismo è messo in discussione. E un regime islamico è completamente inadeguato a raggiungere questi scopi. E qui l’insurrezione tocca non soltanto gli equilibri del nord Africa e del Medio Oriente ma anche il sistema globale di governo economico. Per questo la nostra speranza che il ciclo di lotte che si stanno sviluppando nel mondo arabo diventino come quelle dell’America Latina, per ispirare i movimenti politici e rinforzare le aspirazioni di libertà e democrazia oltre la regione”[8].

Secondo me, questi famosi intellettuali assomigliano un po’ alla montagna che partorisce un topolino. Le analisi che offrono non mi paiono certo particolarmente illuminanti o innovative nel contesto di questo breve articolo. Andrebbero anche sviluppate le motivazioni di tanto ottimismo sulla reale volontà di molti dei manifestanti di mettere in discussione il capitalismo in modo così radicale, anche se è bello pensare che abbiano ragione. Ma se anche le argomentazioni a supporto dell’analisi sembrano zoppicare, i problemi sottostanti sono molto importanti anche per chi non vive in questi paesi e, a mio avviso, andrebbero sviluppati da chiunque abbia nel cuore il desiderio di costruire un mondo nuovo. E gli anarchici dovrebbero stare assolutamente in prima fila. Che il dibattito, quindi, abbia inizio…


[1] Michael Hardt and Antonio Negri da: guardian.co.uk, Giovedì 24 Febbraio 2011 23.30 GMT http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2011/feb/24/arabs-democracy-latin-america (“l’Articolo”)

[2] Toni Negri è stato uno degli ispiratori teorici di Potere Operaio e dell’area dell’autonomia in Italia a partire dagli anni ’70 mentre Hardt è uno dei suoi allievi. Per chi fosse interessato ad approfondirne la variegata biografia: http://it.wikipedia.org/wiki/Toni_Negri. I due sono anche autori di alcuni testi da molti osservatori considerati fondamentali sullo studio dello sviluppo della politica mondiale tra i quali ricordo: nel Impero: il nuovo ordine della globalizzazione, Milano, Rizzoli, 2002; Moltitudine : guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Milano, Rizzoli, 2004 e Movimenti nell’impero : passaggi e paesaggi. Milano, R. Cortina, 2006 (solo Toni Negri).

[3] “Indeed, our hope is that through this cycle of struggles the Arab world becomes for the next decade what Latin America was for the last – that is, a laboratory of political experimentation between powerful social movements and progressive governments from Argentina to Venezuela, and from Brazil to Bolivia.” dall’Articolo

[4] Per una reportistica sempre aggiornata sulle posizioni dei libertari in Venezuela ed in America Latina in generale si veda il periodico “El Libertario” disponibile gratuitamente qui: http://www.nodo50.org/ellibertario/

[5] Dal Dizionario della Globalizzazione http://www.utopie.it/mondialita/dizionario_della_globalizzazione.htm: Il termine moltitudine, che  è al centro del dibattito attuale di filosofia politica, ha in Spinoza un padre illustre. In Spinoza moltitudine significa una vera e propria pluralità che persiste positivamente in tutta una serie di azioni e affetti senza ridursi mai ad un Uno ed è perciò una struttura portante delle libertà civili. Opinione del tutto opposta è ritrovabile invece in  T.Hobbes  che  riporta il concetto di moltitudine allo stato di natura,  a prima cioè dello stato politico, quando vigeva l’ homo homini lupus (uomo lupo, cioè belva, per l’altro uomo) e vi erano i molti, mentre dopo la fondazione dello stato (che assicura l’esistenza a tutti quelli che si legano con un pactum unionis che è anche pactum subjectionis) vi è un popolo, cioè un  uno. Eco di tale opposizione moltitudine-popolo ( storicamente ha avuto la meglio il termine popolo) è ritrovabile nella coppia pubblico-privato del pensiero liberale e collettivo-individuale di quello socialista. Attualmente molti filosofi ritengono opportuno recuperare il concetto di moltitudine che non si contrappone all’uno ma lo ridefinisce: nella società post-fordista  i molti vanno  pensati come individualizzazioni di un universale che è già in atto nella produzione caratterizzata da prevalenza della dimensione cognitiva  e che non è lo Stato ma il linguaggio, l’intelletto, le comuni facoltà del genere umano. L’uno, inteso in questa maniera, è la premessa, lo sfondo su cui collocare un’esperienza collettiva ed un’esperienza individuale sempre meno separabili.

[6] “The organisation of the revolts resembles what we have seen for more than a decade in other parts of the world, from Seattle to Buenos Aires and Genoa and Cochabamba, Bolivia: a horizontal network that has no single, central leader. Traditional opposition bodies can participate in this network but cannot direct it. Outside observers have tried to designate a leader for the Egyptian revolts since their inception: maybe it’s Mohamed ElBaradei, maybe Google’s head of marketing, Wael Ghonim. They fear that the Muslim Brotherhood or some other body will take control of events. What they don’t understand is that the multitude is able to organise itself without a centre – that the imposition of a leader or being co-opted by a traditional organisation would undermine its power. The prevalence in the revolts of social network tools, such as Facebook, YouTube, and Twitter, are symptoms, not causes, of this organisational structure. These are the modes of expression of an intelligent population capable of using the instruments at hand to organise autonomously.” dall’Articolo

[7] “Although these organised network movements refuse central leadership, they must nonetheless consolidate their demands in a new constituent process that links the most active segments of the rebellion to the needs of the population at large. The insurrections of Arab youth are certainly not aimed at a traditional liberal constitution that merely guarantees the division of powers and a regular electoral dynamic, but rather at a form of democracy adequate to the new forms of expression and needs of the multitude. This must include, firstly, constitutional recognition of the freedom of expression – not in the form typical of the dominant media, which is constantly subject to the corruption of governments and economic elites, but one that is represented by the common experiences of network relations.” dall’Articolo

[8] “And given that these uprisings were sparked by not only widespread unemployment and poverty but also a generalised sense of frustrated productive and expressive capacities, especially among young people, a radical constitutional response must invent a common plan to manage natural resources and social production. This is a threshold through which neoliberalism cannot pass and capitalism is put to question. And Islamic rule is completely inadequate to meet these needs. Here insurrection touches on not only the equilibriums of north Africa and the Middle East but also the global system of economic governance. Hence our hope for the cycle of struggles spreading in the Arab world to become like Latin America, to inspire political movements and raise aspirations for freedom and democracy beyond the region.” dall’Articolo

 

 

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11 Responses to Rivolte arabe: arriva Toni Negri…

  1. Odysseus_Nauticus says:

    @ L’Anarchico:
    Intervengo con qualche settimana di ritardo sul post e sui commenti per fare una domanda (forse retorica). Prendo spunto dallo stralcio di un tuo commento:

    […] non costituiscano una valanga che spazzerà via il capitalismo (come sembrano preconizzare sia Negri che Evangelisti) […]

    E mi viene da chiedermi (come mi chiedo da un po’) se Negri non sia semplicemente un marxista che al feticcio del “manicheismo marxista” ha sostituito il feticcio (riadattato, rimaneggiato, depotenziato, piegato ai propri scopi) dell’analisi foucaultiana dei rapporti di forza (quella che Foucault delinea efficacemente ne “La volontà di sapere”, che ha il pregio di rendere conto non solo di alcuni rapporti di potere, ma di poterli analizzare nella loro totalità, anche se singolarmente), e se questo non vizi parecchio le sue analisi. Mi sembra abbastanza chiara l’eco marxista, ad esempio, che emerge in questa sua “ansia di rivoluzione”, per non parlare della gonfia retorica della conclusione di “Impero” (testo nel quale, a mio parere, tiene ben poco conto della solidità delle istituzioni statali e troppo affrettatamente giudica in fase terminale la loro consistenza).
    Saluti.

    • lanarchico says:

      @Odysseus_Nauticus: Purtroppo non sono in grado di rispondere alla tua domanda se non autocitandomi: “Personalmente, ritengo che le elaborazioni teoriche di Hardt e Negri, a partire dai concetti di Impero e Moltitudine[2], non aggiungano novità trascendentali all’analisi anarchica del potere e del dominio. Probabilmente, il loro contributo è riconosciuto quale fondamentale da amplissime aree della sinistra ex-, neo- e post-marxista (e non soltanto) proprio perché nei momenti più proficui delle loro elaborazioni teoriche riescono ad evitare di riferirsi all’anarchismo, pur saccheggiando a piene mani dal pensiero libertario storico e contemporaneo. Forse per questo motivo, le loro idee vengono equivocate per anarchiche da alcuni dei loro stessi compagni marxisti-leninisti. Questo fatto, unito all’astrusità del loro modo intellettualistico ed elitario di analizzare la realtà che rende i loro testi ancora più indigesti per un libertario, dovrebbe spiegare la mia incapacità ad approfondire l’analisi di questi autori che rappresentano, peraltro, un punto di riferimento teorico per tutta l’area della nuova autonomia in Italia (inclusi disubbidienti, Ya Basta! e simili) e all’estero.”

  2. Diego says:

    ciAo a tutti,grazie a te ,Max,è proprio un articolo interessante che pone molte questioni sul tavolo della comprensione

  3. Max says:

    Saluti, ho trovato interessanti alcune informazioni contenute in un articolo comparso su anarchismo.net e posto il link qui per coloro che avevano fatto richiesta di news e info dal Maghreb.

    http://www.anarkismo.net/article/19046

    Saluti, Max

  4. Diego says:

    caro Max e naturalmente a te,Anarchico,è difficile fare mie le tue cosiderazioni su queste rivolte,o anche altre che ci sono state nella storia.Certo sempre meglio vivere in “democrazia” che in dittatura,ma queste democrazie ,secondo me,assopiscono la volontà e le menti ,ti illudono di vivere in libertà, di essere partecipe alle decisioni, per il solo fatto di andare a votare,che forma aberrante di libertà,instaurano quelle forme di compromesso,politico-sindacale-sociale,per cui l’individuo assoggettandosi perde la visione del conflitto esistente tra se ,in quanto oppresso e sfruttato e i suoi sfruttatori e naturalmente oppressori.Con questo non voglio dire che…. tanto peggio tanto meglio,ma di sicuro bisogna stare attenti a tenere sempre alta l’attenzione della gente verso chi ti può togliere gli spazi di libertà ogni qualvolta tu abbassi la guardia.Io sono d’accordo con chi sostiene (Staid) che bisogna guadagnarsi la libertà,l’autonomia giorno per giorno,spazio per spazio,istante per istante e che bisogna difenderle in ogni istante ma allo stesso tempo ,ribadisco che bisogna pure cercare l’evento”catartico” che possa portare alla strada del cambiamento,naturalmento senza connotati autoritari.Quell’orrizzonte prefigurato da Malatesta sempre in movimento,come poi dovrebbe essere l’Anarchia.Tutto questo per dire che è ancor più difficile combattere,metaforicamente parlando, in un “regime democratico”,dove il nemico appare e scompare,dove non sai in che pieghe si nasconde e se gli individui,componenti sociali, non ci mettono della volontà per andare a cercare da dove nasce la loro,e la mia naturalmente,oppressione diventerà tutto sempre più difficile. Spero di non aver sforato dal tema.ciAo Diego un Anarchico frustrato ma incazzato

  5. Max says:

    Saluti Anarchico & Diego, concordo, Anarchico, sul fatto che si dovrebbe svolgere l’analisi e la relativa azione politica reale in merito ai fatti del Maghreb. Sarebbe interessante aprire, perlomeno, canali di comunicazione con quel movimento, proprio, magari, anche tramite i pochissimi compagni presenti in quei territori, magari supportando, almeno logisticamente, con materiali ecc, proprio loro. Ho apprezzato moltissimo le interviste che Umanità Nova & A-info hanno “immediatamente” saputo pubblicare e sono sicuro che il canale di comunicazione sia rimasto aperto, per me è importante; mi pare che proprio anche Diego lo auspichi e Jo che ha saputo essere per noi un’importante sorgente di informazioni; grazie.

    Diego, magari non era chiaro il mio pensiero, io penso che, se anche gli obiettivi di buona parte dei rivoltosi non siano, ne tantomeno facciano riferimento a principi anticapitalistici , o addirittura come diceva Toni Negri, possano diventare, almeno per ora, un esempio guida per il movimento mondiale, ciò non toglie che non siano un “nulla di fatto”, anzi, il contrario. Un moto rivoluzionario con l’obiettivo di ribellarsi da una tirannia e per accrescere la libertà può e deve sicuramente essere preso da esempio e considerato con attenzione, ed è per questo che questa discussione e post de l’Anarchico forse ci ha tutti così interessato. Comunque chiarivo il mio pensiero ma considero che sia esattamente lo stesso per te e gli altri compagni che sono intervenuti immediatamente dopo il post.. Quindi mi associo alla tua richiesta di informazioni dettagliate e non filtrate dai media di stato e di links/luoghi dove leggere ed intervenire e/o dialogare con quel movimento. Sarebbe ottimo. Con amicizia, Max

  6. Diego says:

    ciAo, avrei bisogno di alcune delucidazioni sull’evoluzione delle situazioni in NordAfrica perchè sinceramente non ci capisco più niente.Ho sentito alcune analisi di esponenti di Sinistra Critica i quali sostenevano che in Tunisia(e qui chiamo in causa Jo)c’è un forte movimento autoorganizzato spontaneo dove la gente(o moltitudine o popolo ,io preferisco chiamarla cosi)tende ad assumere il controllo delle situazioni contingenti della vita quotidiana,senza avere un riferimento dai connotati politici o religiosi.In Egitto invece ,sembra, che esista una piazza di varie connotazioni (qui mi riferisco soltanto alle rappresentanze sinistrorse),dai socialisti rivoluzionari,al movimento 6 aprile e altri che ora mi sfugge l’identificazione,oltre ai soliti sindacati operaisti e qui non sono riuscito a capire bene come si svolgano le dinamiche di ribellione visto che comunque sono riusciti a trovare un successore di Mubarak che mette d’accordo tutti quindi ,secondo me, si stà avverando quel leit motiv di cambiare tutto per non cambiare niente( e qui sono d’accordo con Max),e questa sarebbe una rivoluzione?(E qui mi ritrovo d’accordo con Max)D’accordo meglio la democrazia,naturalmente nella forma rappresentativa,che una dittatura ma questi esponenti della sinistra,seppur critica, da una parte esaltano l’autoorganizzazione tunisina dall’altra esaltano quelle forze che comunque intrecciano rapporti con strutture istituzionali e delegano la loro vita a dei…..solo il tempo ci darà il responso( che noi sappiamo già).In quanto alla Libia ,beh ci sarebbe da scrivere un romanzo,ma venendo al dunque,qualcuno che sia più informato di me potrebbe darmi una spiegazione se tutto ciò di cui ho scritto ,e di cui ho sentito,corrisponde hai fatti o no sopprattutto in Tunisia ste benedette autoorganizzazioni sono reali o no.
    Spero di essermi fatto capire ,forse sono stato un pò confusionario,ciAo a tutti

  7. Max says:

    Salute. Ho letto con interesse l’articolo segnalato sul Guardian ed il commento dell’anarchico. Scrivo volentieri la mia sperando di contribuire ad una discussione proficua, anche per apprendere qualcosa dagli altri compagni che vedo sono intervenuti. Ho letto con interesse il tuo informato commento, Jo.

    Credo che l’USO di web e social networks NON sia solo il ‘sintomo’, il mero risultato di una nuova generazione di giovani intelligenti che “tendono” all’autorganizzazione.

    E’ per me semplicistico definire tali media solo dei sintomi. Credo invece che, AL CONTRARIO, quel poco di autorganizzazione dei movimenti del Maghreb sia dovuta anche proprio alla “contaminazione” psicologica, direi ‘virale’, che tali mezzi hanno trasmesso ai giovani, un modus-operandi più “orizzontale”, implicito in molte piattaforme della rete dove la comunicazione e le informazioni e la gestione delle stesse sono per natura, “diffuse”.

    Vero è che, forse, alcuni tra i giovani tunisini, vedano come possibile una gestione del sociale simile a quella che applicano quotidianamente ma virtualmente in rete. Mi stupisce molto, però, che tale rivoluzione, anche mediatica, sia avvenuta proprio prima nei paesi dove il web e i social forum sono comunque ‘indietro’ rispetto allo sviluppo e diffusione nei paesi occidentali. D’altronde anche la rivoluzione comunista accadde proprio dove anche Marx non si aspettava, in un paese come la Russia, contadino e non industriale. Forse perché è stata fin adesso, la “necessità”, il motore di tutte le vere rivoluzioni: la fame, il disagio, la mancanza di futuro. Questo accade anche per esempio nelle occupazioni, negli squat, nelle iniziative politiche: chi ha veramente bisogno di un luogo oppure è spinto ‘da un vero disagio’ è l’unic@ dispost@ ad agire subito.

    Comunque, anche se forse ci sono dei legami a livello di ‘uso delle piattaforme’e di un’organizzazione più ‘orizzontale’, ecc, non credo che i fatti del Maghreb siano simili al movimento di Seattle / noblobal ecc come scrive Toni Negri. Perché gli ideali che animano quei movimenti personalmente credo che siano diversi. Sono quindi completamente daccordo con Jo.

    Io penso che i giovani del Maghreb aspirino a semplici modelli quali quelli dei paesi capitalisti Nordeuropei dove la corruzione è un pochino più nascosta e meno diffusa, non così capillare come dalle loro parti o dalle nostre; dove i diritti all’informazione perlomeno “sembrano” garantiti e la società è, ‘almeno apparentemente’ gestita, non semplicemente violentata come da noi nel Mediterraneo.

    Non credo quindi che siano animati da reali moti autogestionari, dalla volontà di abolire le classi ed i poteri, prima fra tutti il potere della religione per esempio che, da quelle parti è visto come importantissimo, anche dai più attivisti. Basta seguire le loro interviste, ogni 2 parole buttano dentro un ‘dio è grande’ o, ancora peggio, un ‘in-scia-allah’, se dio lo vuole, dimostrazione, per me, di poca autocoscienza e persino poca padronanza della propria vita. Non che una persona libera non possa prestare fede interiore in quello che gli pare, ma manifestarlo ad alta voce e continuamente in qualsiasi azione compia come fosse un proclama o peggio per conformismo che definirei borghese, lo ritengo personalmente pericoloso, significa sottomettersi all’uniformità.
    Basta comunque leggersi le interviste dei compagni anarchici rilasciate in questi periodi e pubblicate anche su UN come suggeriva l’anarchico nell’articolo.

    Quindi non concordo sul fatto che i rivoltosi non si accontentino e non mirino soltanto ad un obbrobrioso e subdolo governo liberale quali, per esempio quelli nordeuropei che tanto piacciono alle nostre sinistre parlamentari. Io credo che, per il momento, sia proprio quello lo scopo (proprio la ‘zuppa riformista’ che l’anarchico giustamente indicava)…

    Sono del parere che sia assurdo dichiarare che quei giovani abbiano lo scopo di costituire amministrazioni non capitaliste e non neoliberaliste per amministrare risorse naturali e produttive in maniere autogestionarie o nuove (!?!). Non credo che questo sia ciò che li anima, tantomeno il loro scopo. In quei regimi la gente si da fuoco per protesta ad un sistema che li ANNULLA del tutto, con un’arrogante e esplicita violenza che serve da macabro esempio agli altri.
    I rivoltosi vogliono innanzitutto cibo, poi uno straccio di futuro, almeno per poter vendere verdura con il loro carretto, poi magari anche libertà di parola e magari anche ciò che si illudono esista in occidente. Per me (ed è una mia opinione discutibile e spero errata) la maggior parte di loro, se non quasi tutti, non vogliono né pianificano altro.

    La piattaforma telematica è stata quindi il virus, la sorgente che, per la sua struttura, ha diffuso “un certo tipo di autogestione e autorganizzazione”; hanno assorbito tecniche autogestionarie ma sono privi degli obiettivi (autogestionari). Negri sbaglia o tende semplicemente alla propaganda come da suo stile.

    Sarebbe sicuramente e certamente utile, proporre in quei paesi, dove la rivolta è ancora viva, l’autogestione e l’abolizione delle istituzioni governative (che per loro natura non possono fare altro che privare la “moltitudine” delle risorse e del potere). Ma questo è di difficile realizzazione, soprattutto perché i mezzi per divulgare queste idee sono minimi ed i compagni in Maghreb troppo pochi, mentre l’influsso della religione islamica e del denaro o del potere, è troppo forte.

    Ciò non toglie che non si possa provare a dialogare (lo dico dal punto di vista anarchico e autogestionario), CERCANDO DI INIZIARE UNA COMUNICAZIONE CON QUEL MOVIMENTO al quale, mi pare, la voglia di comunicare non manchi. Credo, personalissimamente, che non si possa facilmente sperare che tale movimento insurrezionale possa diventare presto una referenza per tutti, se non in un ambito di esempio, di ‘coraggio’ e di ‘fattibilità’ delle rivoluzioni dal basso. A meno che le sommosse maghrebine non sfocino in un movimento costantemente autogestionario, ma la vedo dura con gli dei, il petrolio e la voglia di consumismo tra le scatole.

    Ho trovato interessantissima la definizione del termine “moltitudine” come sostituzione di quello di ‘popolo’ e la sua spiegazione (grazie mille a l’Anarchico!) e la determinazione in ambiti di “ragione” o ‘facoltà collettive’. Detto ciò devo ammettere che però, il tentativo di accostare ‘esperienza collettiva’ e ‘individuale’ come inseparabili, anche se scientificamente attendibile, mi fa sempre sorgere forti timori.

    Come il timore che la moltitudine assuma, per esempio, una “personalità” che non è la mia, un carattere che possa essere quello della maggioranza dei suoi componenti. Io personalmente aborro la ‘convivenza umana vista principalmente in relazione alla moltitudine’ o alla società e preferisco l’ottica di una mera (domestica o spontanea o silvestre) interrelazione tra individui, misurata, umana, di piccole comunità, piccole cellule “nervose” che sarà il CAOS a regolare, il mero caos che, per natura, tende al giusto equilibrio, soprattutto quando supportato da un minimo di autocoscienza o semplice volontà di convivenza (più facile da trovarsi in comunità ridotte). Mentre la moltitudine di personalità / intelletti / ecc, legate in gruppi troppo vasti e con dinamiche “logistiche” per me tende inevitabilmente alla distruzione almeno di una parte delle proprie cellule… basicamente la moltitudine intesa in questo senso è per me un cancro.

    Ritornando ancora un attimo al Maghreb, personalmente voglio sottolineare che, anche con scopi o obiettivi modesti, quando vedo moti rivoluzionari e di autogestione, gente che si muove nelle strade e si autorganizza in una resistenza, armata o meno, contro il dominio o il dominatore, non solo mi sento di esprimere la massima solidarietà, ma direi, quasi ‘fisicamente’, provo una grande eccitazione ed empatia e credo che sia assolutamente necessario manifestarlo e ribadirlo. Come mi piacerebbe fare sapere (a tutti quelli che, per scelta, voglio chiamare compagni/e) che quei moti, quell’autorganizzarsi, quel movimento caotico di individui rivoltosi, NON dovrebbe mai cessare: mai demandare, mai riposarsi, mai terminare.. Vorrei vedere quei pickups o i carri, continuare a solcare le strade nella polvere, da un villaggio all’altro, quelle manifestazioni e riunioni popolari continuare. Le tende dalle piazze NON vanno levate, mai! E’ l’unico mezzo per non cedere di nuovo ai nuovi o vecchi padroni il controllo delle nostre vite. I collettivi di quartiere, dei villaggi non devono cedere le armi, non devono smettere di riunirsi, sarebbe un suicidio. Continuare la ribellione “senza tregua” è l’unico mezzo per autogestire le risorse, per non regalare l’ambiente ed il territorio a chi non potrà mai fare altro (per natura di una società verticista) che sfruttarlo, come sfrutterà noi stessi che offriamo loro volontariamente le nostre vite senza lottare! I potenti lottano, da sempre e per sempre, tra di loro e contro la gente per accaparrarsi la gestione del lavoro e delle risorse. Anche la gente deve quindi lottare, ora e per sempre, incessantemente, perché le risorse ed il lavoro rimanga al popolo. Senza sosta, non è consentito il contrario, almeno per i prossimi secoli.

    Come vorrei farlo sapere a tutti quei compagni/e!

    • lanarchico says:

      @Max: Ti ringrazio e apprezzo il tuo contributo e spero si possa stimolare un dibattito su questi argomenti che possa crescere per passare poi dal virtuale al reale. Mi pare che siamo d’accordo sul fatto che i movimenti sociali che si muovono con forza in molte parti del mondo non costituiscano una valanga che spazzerà via il capitalismo (come sembrano preconizzare sia Negri che Evangelisti) e neanche un movimento lontanamente omogeneo o riconducibile a dinamiche similari. Però è innegabile che sta fermentando un’opposizione sociale che dovrebbe spingere gli anarchici all’analisi (che poi conduce all’azione politica)…

  8. Jo says:

    Odio, detesto i tecnicismi e le teorie politiche ma due cose voglio dirle lo stesso.
    La prima è che non mi passa manco per l’anticamera del cervello di leggere Toni Negri (in inglese poi..già è una pallazza mostruosa in italiano, figuriamoci in altra lingua)
    La seconda è un tantinello più articolata. Sto seguendo la rivoluzione dal principio, e piano piano sto scoprendo che non è una rivoluzione limitata al mondo arabo, tutto il bacino del mediterraneo è in fiamme ma il mainstream mediatico sta censurando accuratamente ogni cosa, più per pigrizia e per incapacità che per un desiderio reale di voler nascondere. Perfino in Croazia nell’ultima settimana non si è capito nulla, ormai i focolai di protesta e le rivolte sono all’ordine del giorno ovunque, mica c’è solo la Grecia.
    Oggi Valerio Evangelisti su Carmilla online ha aggiunto altri tasselli citando le rivolte in Ohio e Wisconsin http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003812.html#003812 che ci erano del tutto ignote. Per quanto Evangelisti sia un ottimista e anche un pò furbacchione nel suo voler soffiare sul fuoco ricordandoci alcuni momenti della storia umana (il ’68) credo di essere abbastanza concorde con lui sul fatto che questa rivoluzione è la risposta naturale al liberismo, nè più nè meno. Prima o poi il sistema doveva crollare, sta semplicemente implodendo come doveva. La Fortezza Europa scricchiola e la crisi economica è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Niente di più.
    Affermo questo perchè basta discutere (anche virtualmente) con gli/le attivist* che stanno creando la rivoluzione, che la stanno vivendo e agendo per capire che non sono coscienti dei motivi politici per cui la stanno facendo. Stavano male e vogliono stare meglio, punto. Le rivolte di Seattle e di Genova erano caratterizzate, oltre che da leader e capetti, da un popolo molto più cosciente dei motivi delle rivolte (me lo ricordo bene, c’ero pure io in mezzo), dei pericoli della globalizzazione e del liberismo.
    Qua non c’è nulla di tutto questo, in alcune piazze si agitano le baguettes, in altre nonostante il Pil più alto dell’Africa si scende per strada ugualmente. Il punto fondamentale che accomuna tutte le rivolte è forse la disoccupazione, la mancanza di lavoro e il fatto che sia diventata un'”onda araba”è dovuto principalmente ad Al Jazeera: chiunque sia stato in un paese arabo è a conoscenza delle parabole sui tetti, anche nella più infima casupola del più remoto paesello di campagna.
    Inoltre questa storia di facebook e del social network è un pò un’esagerazione, i miei amici/che anche al Cairo (che è una città) non hanno mica internet a casa come noi, all’internet point si va per parlare su skype con l’amico emigrato di solito. In pochissim* si sono organizzati tramite la rete dopo l’inizio della rivoluzione ma è stata davvero solo una mera questione di orari e di luoghi, infatti il lavoro più grosso l’hanno svolto gli sms. Quell* che hanno accesso ad internet sono 4 gatti ma tutt* guardano la televisione ed hanno il videofonino.
    Comunque basta andare in un sito come Nawaat o su twitter per seguire i/le protagonist* della rivoluzione, discutere con loro e capire le loro ragioni: non hanno la più pallida idea neppure loro di ciò che accadrà, la maggior parte direi che è giovanissima e si sta formando ORA una coscienza politica, fino a ieri non sapeva di poter vivere tutto questo e di entrare a far parte della storia del proprio Paese. Ecco, vorrei solo sottolineare quella parola che ho scritto in maiuscolo: Paese, con l’accezione di Stato. Finora nessuna di quelle persone con cui ho avuto modo di dialogare ha messo in discussione lo Stato e il sistema elettorale, sono tutt* convint* che l’autorganizzazione che hanno avuto modo di sperimentare nei vari comitati (di quartiere ad es.) sia stata una cosa transitoria che trova la sua naturale conclusione nella delega ad altri. In questo particolare momento (io mi sto occupando in particolare della Tunisia che ha esigenze in generale molto democratiche) il livello d’attenzione da parte di tutt* è massimo, ognuno vuole infatti portare avanti le proprie istanze: si sta più che altro cercando di capire chi potrebbe essere il referente politico migliore capace di rappresentare al meglio queste istanze. Ma ovviamente questo è il solo caso tunisino che è cominciato prima di tutti gli altri e quindi per così dire l'”apripista”, certamente in Egitto o Libia le esigenze saranno differenti (mi sembra più che evidente l’esigenza della popolazione libica di voler smembrare lo Stato così com’è). Ma mi sto dilungando troppo, direi che basta così.
    Saluti libertari.

    • lanarchico says:

      @ Jo: Grazie per il tuo contributo. Condivido la tua analisi della situazione nei paesi arabi. Riguardo alle proteste dei dipendenti pubblici in alcuni stati degli USA (chiamarli rivolte forse è un po’ esagerato) non riesco al momento a vedere un’analogia stretta, considerato che gli obiettivi di questo movimento sembrano limitati ad aspetti di tipo sindacale, ma sarebbe utile approfondire la questione perché potrei sbagliarmi. Siccome ti occupi di argomenti molto interessanti e di stretta attualità se scrivi da qualche parte segnalami dove che provvedo a creare un link da L’Anarchico.

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