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0 Responses to

  1. ho conosciuto Franco, ero proprio con quei 250 di cui lui parla nel suo racconto della permanenza nel reclusorio militare di Gaeta.
    Ricordo di lui la sua bontà d’animo e la disponibilità.
    Come testimone di Geova, ricordo che cercavamo di convincerlo della giustezza del nostro credo a volte in modo insistente.
    Ho un caro ricordo di lui
    Giorgio

  2. Ciao compagni, esprimo un brevissimo pensiero.
    Ho letto nella dichiarazione finale dell’incontro troppi riferimenti ad una pratica politica tesa verso una società futura, elemento messianico tipico del marxismo e molto poco libertario. Noi dobbiamo prima di tutto lottare nel presente per l’uomo in carne, l’oppresso di oggi, il solo al quale dobbiamo giurare fedeltà, e non per quello che verrà dimenticando ciò che siamo. In questo modo il futuro si farà avanti progressivamente.
    No alla tattica e alla strategia proprie dei comunisti autoritari. Cambiare prima di tutto i rapporti sociali oggi. Questo è il miglior servizio che possiamo fare alla società di domani, con l’auspicio che sia anarchica.
    Alcune espressioni della dichiarazione mi è parso non andassero proprio in questa direzione. La rileggerò, probabilmente ho dato una interpretazione errata, ma questa è stata la prima impressione.
    Saluti libertari
    Marco
    Gruppo libertario “La Formica”
    Padova

    • lanarchico says:

      @La formica: “La” dichiarazione finale dell’incontro alla quale fai riferimento in effetti è “una” dichiarazione finale, redatta e sottoscritta da alcune organizzazioni che rappresentano soltanto sé stesse. Il titolo che hanno scelto è senz’altro poco felice perché genera il malinteso che si possa trattare di qualcosa di generale ma, a volte, cosa non si farebbe per essere letti ;).

    • lanarchico says:

      @Max: Avevamo visto la vostra versione italiana che non è stata utilizzata soltanto perché è una traduzione dal francese di una nostra traduzione francese (zoppicante) dall’italiano. Tra l’altro, ci spiace perché anche un altro compagno (Marco T. grazie mille!!!) ci aveva spedito anche la sua traduzione e una compagna Laura aveva iniziato proprio qui a tradurre. Mannaggia se ci aveste scritto prima di lavorarci vi risparmiavamo un po’ di lavoro! In ogni caso, nessun rimorso! Grazie ai tanti che hanno preso a cuore questo fumetto e che lo stanno traducendo, stampando e distribuendo!

  3. Max says:

    Chi è il traduttore?

    • lanarchico says:

      @Max: Come dice l’articolo, il testo in italiano del fumetto è da considerarsi quello originale. L’instant comic è stato pubblicato in francese (e con qualche errore) poiché a St Imier quella era la lingua più diffusa. Quindi non c’è un traduttore in italiano… Questo è il motivo per cui stiamo chiedendo a* compagn* che stanno traducendo in altre lingue di utilizzare come base il testo italiano e non quello francese.

  4. Max says:

    Nel n°2 e 3, mancano delle pagine: rimediate!

    • lanarchico says:

      @Max: guarda meglio, il numero 2 e il 3 sono completi (sono 3 tavole per ogni numero oltre alla copertina)…

    • mikl says:

      Max ha ragione, mancano le pagine 6 e 8 e la copertina del secondo.

    • lanarchico says:

      Grazie per la segnalazione ma a me risultano completi. Per favore potreste provare a verificare scaricando ancora una volta per sicurezza e poi pf scrivetemi a mala.testa(at)bruttocarattere.org se sono ancora incompleti…

  5. spleen says:

    Ottimo fumetto. Ho provato a twittarlo in giro in inglese, magari si trova qualche persona interessata a tradurlo/diffonderlo!

  6. Pingback: 1872-2012: gli anarchici si ritrovano a St. Imier | mumble:

  7. laura says:

    terza pagina:
    Alla fine degli anni ’60 del XIX secolo, l’AIT si era sviluppata soprattutto in Francia con delle propagazioni nel Belgio e nella Svizzera francese. I socialisti di scuola marxista erano una minoranza in tutti i paesi rappresentati nell’AIT: in Francia era maggioritaria la corrente proudhoniana, in Spagna predominavano gli anarchici grazie alla propaganda bakuniana di Giuseppe Fanelli, in Italia le piu’ numerose tendenze erano mazziniane e anarchiche. In Gran Bretagna la maggioranza apparteneva al movimento delle Trade unions (Sindacati), mentre in Svizzera e in Belgio erano rappresentate tutte le tendenze ma con una piu’ considerevole presenza di anarchici.
    La drammatica fine della Comune di Parigi nel 1870, approfondi’ le divisioni fra marxisti e anarchici, confermando i primi nello scopo di conquistare il potere politico e i secondi nell’ineluttabile necessita’ di distruggere subito lo stato e qualunque forma di dittatura, anche se provvisoria.
    (salvo errori, pardon)

  8. laura says:

    seconda pagina:
    A Marx fu assegnato il compito di redigere la documentazione relativa alla fondazione dell’AIT ed egli si servi’ di questo ruolo per cominciare a realizzare la sua politica egemonica all’interno dell’Internazionale attraverso delle interpretazioni e delle traduzioni faziose delle deliberazioni dell’assemblea. Subito si manifesto’ una opposizione strategica fra i marxisti (chiamati anche socialisti autoritari) e tutti gli altri membri. Nella visione marxista, l’Internazionale avrebbe dovuto essere un partito strutturato di tipo gerarchico e centralizzato diretto da Marx …
    Allorché per gli altri delegati (mazziniani, libertari, anarchici, tradeunionisti inglesi) l’associazione doveva avere una struttura federalista dando piu’ autonomia alle sezioni locali. Non fu per caso che Marx e i suoi seguaci si occuparono di controllare il consiglio generale dell’AIT al fine d’imporre la loro direzione fino a quando gli anarchici si disinteressarono del Consiglio e si dedicarono piuttosto alle attivita’ locali.

  9. laura says:

    prima pagina (provo a tradurre):
    L’anarchismo come movimento politico organizzato nacque nell’anno in cui si costitui’ l’Associazione internazionale dei lavoratori (AIT), meglio conosciuta come (prima) internazionale socialista, che creo’ le condizioni necessarie per i successivi fermenti rivoluzionari come la Comune di Parigi (1871). Alla conferenza inaugurale dell’Internazionale, che si tenne a Londra nel 1864, parteciparono dei delegati francesi , svizzeri, belgi e inglesi. I delegati francofoni, veri promotori dell’incontro, e taluni dei socialisti che in grande parte seguivano la posizione di Pierre Joseph Proudhon (il primo pensatore e agitatore sociale che declino’ l’anarchismo come ideale politico) e forgiarono uno dei principali perni dell’internazionale: “L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi o non ci sara’”. C’era anche Karl Marx, come lui stesso scrisse, partecipante giusto come “personaggio muto in tribuna” e alcuni dei suoi seguaci.

  10. blackblogger says:

    Di Graeber ho letto da poco “Critica della democrazia occidentale” e spero di riuscire a leggere presto anche “Debito” (anche se purtroppo mi toccherà in inglese o tedesco), non solo perchè l’argomento è attualissimo e lo sarà probabilmente (purtroppo!) ancora a lungo, ma anche perchè mi piace molto l’approccio dal punto di vista antropologico a certe tematiche. Inoltre sono curiosissimo di confrontare quello che scrive Graeber con un’altro libro che ho appena finito di leggere, si tratta di “Il denaro sterco del demonio” di Massimo Fini, almeno per quanto riguarda appunto l’aspetto storico-antropologico sulla nascita del denaro, del mercato e del capitalismo con tutte le implicazioni economiche e sociali, nella speranza di poter approfondire le mie ancora scarse conoscenze sul tema.

  11. Lucio says:

    Complimenti per il blog, Ci voleva un blog Malatestiano, Punto fermo di riferimento.
    L’Anarchismo è il vero,unico pensiero per capire e vivere in una società libera.

    ” AAAAAA Offresi ” !!!!!!!!

    • lanarchico says:

      @Lucio: Grazie per i complimenti ma per fare un vero blog malatestiano ci vorrebbe l’originale. Qui ci si limita a fornire uno dei possibili punti di vista anarchici (ma non un punto fermo perché intorno tutto si muove e ci dobbiamo muovere pure noi) su quello che succede sperando che serva per passare dal pensiero all’azione…

  12. …Ottimo!
    Avuto l’INFO in diretta telefonica
    dal C.I.R. [Corrispondenze ed Informazioni Rurali] Sardegna
    di Barrali-Tommaso SERRA- Sebastiano Sias.
    …Espando l’INFO.
    Grazie!
    AGGJJ
    xxx

  13. Sabotag says:

    Complimenti per il blog. Nonostante io sia più vicino al comunismo libertario di Cafiero, e stia facendo una personale ricerca ed evoluzione personale verso quello che chiamo “riformismo anarchico”, non posso che apprezzare il lavoro di chi cura questo blog. Bravi.

  14. Znetitaly says:

    Grazie per la segnalazione…!!!
    A buon rendere!

    Nota: nel caso immagino sarebbe un problema pubblicarlo anche da noi lasciando immutati i crediti?

  15. tiziano antonelli says:

    “entro 2-3 anni questa crisi esploderà definitivamente, a meno che i governi non adottino politiche di cancellazione generalizzata dei debiti, cosa che considero politicamente molto difficile. ”
    E’ una previsione molto condivisa, anche se varia l’arco temporale di attuazione, da alcune settimane ad alcuni anni. E’ chiaro che se io dico “prima o poi pioverà”, prima o poi, appunto, questa previsione si avvera. Ma, a parte queste banalità, credo che ci sia una diversa interpretazione dele termine “crisi”.
    Io credo che la crisi sia funzionale al capitalismo, è attraverso la crisi che il capitalismo risolve le contraddizioni accumulate nella fase di crescita, e che sono sintetizzate nel concetto di caduta del saggio di profitto. Certamente la crisi è un passaggio delicato per questa formazione economico-sociale: i capitalisti più piccoli vengono travolte, il prezzo della forza-lavoro viene spinto al di sotto del suo valore, con l’aumento della miseria, del tedio di lavoro, dello sfruttamento, con conseguenze analoghe per i ceti popolari; ma se non c’è un intervento cosciente volto alla trasformazione sociale, tutto si riduce ad esplosioni individuali e collettive, che alimentano esclusivamente la disperazione nella possibilità di costruire una società basata sulla solidarietà, sull’uguaglianza e sualla libertà.
    E’ in queste situazioni di crisi che emerge l’intervento del Governo. Il Programma Anarchico sostiene che:
    “Erroneamente si dice che il governo compie oggi la funzione di difensore del capitalismo, ma che abolito il capitalismo esso diventerebbe rappresentante e gerente degli interessi generali.
    […] se il capitalismo fosse distrutto e si lasciasse sussistere un governo, questo, mediante la concessione di ogni sorta di privilegi lo creerebbe di nuovo poiché non potendo accontentar tutti avrebbe bisogno di una classe economicamente potente che lo appoggi in cambio della protezione legale e materiale che ne riceve.”
    Questo io penso si possa applicare alle situazioni di crisi economica, prima che le contraddizioni travolgano il capitalismo, il Governo interviene per mantenerlo in piedi: dalla repressione dei movimenti di lotta contro i sacrifici, alla svendita di interi pezzi dei servizi sociali, dalle misure fiscali volte a redistribuire il reddito a vantaggio delle classi dominanti, alle spese militari, il Governo, sia nella versione nazionale che in quella sovranazionale, interviene come intelletto generale della borghesia, dell’aristocrazia finanziaria e dei proprietari fondiari, regolando in maniera autoritaria l’estrazione del plusvalore dalla classe operaia, la sua trasformazione in profitto, e la sua distibuzione tra le varie frazioni della classe dominante.
    Se per la sconfitta del capitalismo non basta né una crisi economica né “la” crisi, non basta nemmeno una dimensione economico-sociale della trasformazione; occorre affrontare la questione politica, la questione dell’abbattimento del Governo, non di questo o quel governo, ma dell’istituzione stessa del Governo. Il popolo deve espropriare i capitalisti e mettere in comune i mezzi di produzione e la terra, ma questo è possibile solo abbattendo prima l’ordinamento giuridico (al cui vertice sta il Governo) che legittima la proprietà privata, distruggendo gli strumenti repressivi (carceri, polizia, magistratura) che impediscono al popolo di attuare la rivoluzione sociale. Solo allora si aprirà la strada all’anarchia.
    scusatemi se sono stato un po’ lungo

    • lanarchico says:

      @tiziano antonelli: grazie 1000 per il tuo contributo. per quanto può valere, condivido la tua analisi anche bisogna ricordare che questa crisi (attraverso l’esplosione insostenibile del debito) arriva a mettere in discussione non soltanto il settore privato ma anche gli stessi stati che rischiano di andare “in bancarotta” anche per puntellare i ceti dominanti privati (in primis le banche). Questa circostanza, almeno in teoria, potrebbe rompere il meccanismo solidale fra stato e capitalismo…

  16. Vesuviano says:

    Oggi mi è capitato di parlare con alcune persone a proposito del movimento NoTAV e mi è venuto spontaneo chiedere a che livello è arrivata la lobotomizzazione del pensiero critico. Questi due si univano molto liberalmente al coretto di quelli indignati dal discorso sulla “pecorella” e sostenevano le manifestazioni pacifiche purché non scadessero nell’offesa. Ora, ancora qualche anno fa si poteva sentire qualcuna di queste anime immacolate “accettare” un urlo contro le ingiustizie (intendo proprio urlo, parola pronunciata ad alta voce)… ora nemmeno più quello. Dopo mezz’ora sono riuscito per lo meno a farli ragionare sull’assurdità di tanta indignazione contro un manifestante che insulta uno che gli occupa la terra in assetto da battaglia mentre nessuno si indigna per uno Stato che tratta una comunità intera come una misera questione di ordine pubblico.

    E allora mi chiedo, quanto e quale tipo di lavoro di controinformazione spetta a chi non si trova in Piemonte (scrivo dal Sud)? Molto più che parecchio.

    P.S. hai letto di questa nuova iniziativa internazionale? Il “comitato promotore” mi lascia un po’ freddino, ma mi rassicura la presenza del movimento Occupy e della rete NoBorder. Potrebbe essere una bella occasione per rilanciare un’alternativa a livello globale. ht*p://blockupy-frankfurt.org/it

  17. blackblogger says:

    Anche se commento di rado il tuo blog lo leggo sempre (perlomeno passo una volta alla settimana per vedere se hai aggiornato)! Magari ci si incontra pure di persona, c’è una remota possibilità che io riesca a partecipare all’incontro di S.Imier, ma chissá…

  18. blackblogger says:

    I fatti di cui parli li conosco, li ho letti, ne ho scritto in parte sul mio blog, ci rilfetto spesso e sinceramente la rabbia di fronte a tutto ciò lascia a volte il posto alla consapevolezza che, per quante situazioni di profonda ingiustizia ci troviamo noi oppositori del sistema a dover affrontare, questo sia in fondo normale. Non mi stupisco più di nulla! Semplicemente questa constatazione rafforza la mia convinzione che il sistema che produce tali dinamiche non possa, non debba durare in eterno, anzi, ogni giorno che passa è un giorno di troppo!

    • lanarchico says:

      @blackblogger: Bello risentirti, compagno. Nulla dura in eterno! Ma noi dobbiamo essere in grado di preparare un’alternativa a questo scempio altrimenti le cose cambieranno si, ma in peggio purtroppo…

    • TayDii says:

      Ciao!Vi scrivo da Ljubljana, Slovenia. Sono stata da voi venti anni fa, dunarte la grande dimostrazione contra la guerra in Iraq. Sono libertaria di sinistra e ho formato un gruppo di cabaret, chiamato SUBKOMITE il nostro attuale spettacolo si svolge a Madrid, dunarte gli ultimi giorni della guerra civile, dove donne ai margini della societa di diversi paesi europei, s’incontrano nella bettola dell’anarchica messicana Alcatraz Come quinta, abbaimo una bandiera anarchica di 8 m x 6! Se vi interessa sapere di piu contattatemi e vi mando piu materiale. Saluti!!!

  19. lanarchico says:

    Un video che si spiega da solo sull’atteggiamento delle forze del disordine… http://www.youtube.com/watch?v=mS9htMKF2Ns

  20. lenostre braccia says:

    RECENSIONE
    «Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù».

    E’ da poco uscito il nuovo libro di Andrea Staid, “Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù”, per le edizioni Agenzia X.
    L’autore sceglie un approccio sincero e propositivo alla questione migrante, offrendo uno spunto critico personale sia alle interpretazioni antropologiche classiche europee, sia alle conseguenze politiche e culturali delle quali si rendono complici o promotori gli Stati con la loro perversa articolazione di controllo dei flussi e repressione.
    La prima parte, più specificamente analitica, è rivolta ad evidenziare sia la confusione vigente tra multiculturalismo e interculturalismo, sia il loro intrinseco identitarismo. Il multiculturalismo, com’è noto, non sostiene alcuna interazione relazionale tra culture, ma al contrario una sostanziale impermeabilità nel viversi fianco a fianco come vere e proprie isole ontologiche. Sappiamo, inoltre, quanto scarsamente efficace si è dimostrato in Inghilterra, patria multiculturale d’adozione.
    L’interculturalismo, seppur rivolto alla sollecitazione di relazioni mediante la valorizzazione di segmenti identitari “morbidi”, luoghi utili all’avvicinamento tra culture e tradizioni differenti, ripropone inevitabilmente il pericolo sotteso al differenzialismo: il rafforzamento di identità immodificabili, sebbene aperte ad un dialogo negoziato su punti non necessariamente aperti alla liberazione dei soggetti marginali (penso al ruolo della donna in una società sessista come quella che viviamo: si può ipotizzare un dialogo interculturale che trovi convergenze su un ruolo subalterno o di uguaglianza uomo/donna? La risposta è retoricamente sotto i nostri occhi).
    Tra i suoi sostenitori in Italia vi sono illustri esponenti del centrosinistra italiano, la cui maggiore opera interculturale realizzata è l’ex Cpt, ovvero un lager per migranti.
    Mi limito ad aggiungere che accanto alle due precedenti interpretazioni esiste in Francia la proposta assimilazionista: da una parte si sostiene che le leggi francesi sono universali, dall’altra si tengono ben lontani i cittadini di seconda generazione dal centro bianco e autoctono delle città-vetrina, con i risultati che ben conosciamo nelle periferie.
    L’autore, invece, propone e difende l’idea di un inesorabile meticciato etnico e culturale, ritenendolo – forse con una punta di ottimismo che immediatamente vorremmo verificare realizzata – l’inevitabile approdo per una collettività che abbatta steccati e prigioni dell’identità, unica merce dai grandi profitti nell’Europa della crisi monetaria e sociale.
    Da segnalare la significativa attenzione dedicata alle assistenti di cura, precarie per eccellenza fino nella definizione più usuale di “badanti”, un subdolo modo di sottrarre professionalità ad un lavoro ritenuto “naturale”, e per questo più ricattabile.
    La scoperta più interessante del lavoro di Andrea è la sua predilezione per le indagini qualitative, ovvero una metodologia anti-autoritaria di ricerca legata alla (auto)riflessività di chi sollecita l’incontro e di chi offre il suo tempo per raccontarsi. La seconda parte del libro è infatti dedicata alle interviste non strutturate alle/ai migranti, che restituiscono con voce propria la cornice di un viaggio, spesso amaro, difficile, ma anche inaspettatamente ricco di incontri complici e solidali, utile per comprendere le nostre gabbie e l’unica voce di un’umanità meticcia.
    E’ poco noto ma negli Stati Uniti, fin dalla metà degli anni Settanta, militanti femministe tentarono di imporre un dibattito sul metodo nelle scienze sociali che ponesse la ricerca qualitativa (interviste, osservazione partecipata…) sullo stesso piano di metodologie ritenute erroneamente neutre e positiviste. La narrazione in tutte le sue forme, dal diario alle interviste, avrà un ruolo incredibile anche all’interno del movimento di liberazione black e antisessista dell’epoca. Ed è quindi un motivo in più per apprezzare questo lavoro.

    Magù

    Andrea Staid, «Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù», Milano, Agenzia X, 2011. 13 euro.

  21. Z Net Italy says:

    Visto il bel lavoro di documentazione che state facendo, se volete potete ripubblicare questo testo di Noam Chomsky sull’anarchismo, tradotto dal collettivo Z Net Italy

    http://znetitaly.altervista.org/art/2996

  22. Giuseppe says:

    Questa notizia mi riempie di gioia, speriamo riesca bene! Ma possono aderire anche le individualità?

    (Felice anche di rileggerti, Anarchico)

    • lanarchico says:

      @Giuseppe: Grazie 1000. Cito dall’articolo: L’Incontro internazionale è aperto ad ogni raggruppamento che agisce al livello internazionale, nazionale, regionale o locale, così come ai singoli sulla base di un’adesione alla dichiarazione “Saint-Imier 2012″. A St Imier!

  23. Luigi says:

    volevo proporti questo fantastico tributo agli Anarchici italiani con sottofondo musicale degli ‘les anarchistes’ http://www.youtube.com/watch?v=_Zf6Hu2z1eI

  24. Luigi says:

    Totalmente d’accordo quando dici che in Italia (ahimè) partiti politici e sindacati la fanno da padrone anche su manifestazioni di carattere prettamente popolare cosa che secondo me non dovrebbe accadere; per il resto, giornalmente mi imbatto nel torpore e nel menefreghismo del piccolo borghese italiano che pensa ai cazzi suoi senza voler rinunciare a niente di quello stesso mondo capitalista che poi vorrebbe combattere; come dire a parole tutti bravi…a parole; chiedi di fare uno sciopero organizzato e tutti si cacano sotto, chiedi di fare una manifestazione in piazza contro le privatizzazioni e la gente se ne fotte onde sganciare poi dopo fior di quattrini per pagare i danni che la stessa privatizzazione crea; sono drogati di televisione e delle cazzate che questa spara giornalmente per tenere docile questa mandria di buoi ( nel calderone metto quiz, fiction, sport, etc); in Italia c’è il malcontento ma non c’è voglia di insorgere, mi dispiace ma è così…alle manifestazioni vedo sempre le stesse persone… unico cenno di risveglio è stato secondo me solo per i quesiti referendari su nucleare e acqua e solo perchè c’è stata gente che si è fatta in quattro per divulgare e promuovere il referendum; comunque sperare non fa male ma la vedo dura… Saluti a tutt*

  25. euroubu says:

    Scusa Anarchico, tu parli di spazio condiviso, ma condiviso rispetto a cosa?
    Mi pare che per te la discriminante sia la violenza, che togliendo spazio agli altri pacifici questo abbia determinato una mancanza di condivisione, imponendo una strategia violenta a scapito di tutta la piazza…
    Potrebbe anche essere vero il contrario, se non vogliamo credere che la maggioranza abbia ragione.
    A me sembri un po’ troppo pianificatore nel voler costruire chissà cosa, quale avvenire per l’umanità. Forse devi avere anche un certa età da come scrivi, tutto impostato, precisino, quadrato…
    No io credo che lo spazio condiviso possono benissimo averlo tolto le colombe bianche ai cani rabbiosi.

  26. euroubu says:

    Scusate ma in quasi vent’anni di lotta non violenta e pacifica i NOTAV che cosa hanno ottenuto? E tutte quelle belle famigliole con gli ormoni nel dimenticatoio, che sfilavano a Genova con i bambini per mano a cantare ritornelli contro i cattivi, contro la fame nel mondo e le leggi inique, cosa hanno ottenuto? Cos’è cambiato in questi ultimi 10 anni da Genova in poi? E se cominciassimo da un po’ di buon senso in più, che non è obbligatorio portare un bambino di un anno ad una manifestazione politica? Qualcun* potrebbe obbiettare che non è nemmeno vietato, giusto. Ma il buon senso serve a far funzionare le nostre coscienze. Il buon senso nella vita di tutti i giorni non significa rimanere passivi, ma capire che alcune piccole nostre azioni posso servire per non peggiorare situazioni già di per se difficili e complesse, specialmente quando si tratta di gestire le emozioni in mare di gente.
    Anche a me dispiace oggi non poter partecipare a tutte le manifestazioni, avrei voluto tanto, ammetto la mia vigliaccheria, la mia paura di essere gassato anche, e se ho paura per me figuriamoci per mio figlio o mia figlia. Mi sembra un po’ da
    incoscienti, con la scusa della partecipazione e della democrazia, rischiare sulla pelle degli altri. A me piacerebbe poter attraversare la strada senza il rischio di essere investito, anche perchè nessun codice stradale ha stabilito che le strade sono solo per le macchine, ma non per questo attraverso la strada senza guardare o perchè credo nei miei diritti, e magari spingendo una carrozzella e la sigaretta accesa mentre parlo al cellulare del mio prossimo incontro in libreria per la presentazione del mio ultimo lavoro.

    Io non ho risposte da dare, non pretendo di aver ragione ma purtroppo (o per fortuna) è anche grazie a un certo tipo di violenze se oggi Italia non abbiamo più la dittatura fascista. Non voglio fare facili parallelismi sia chiaro ma non si può liquidare il discorso sulla violenza senza sporcarsi un po’. La coerenza avvolte è davvero la virtù degli imbecilli.
    Non mi identifico con i violenti ma capisco, e giustifico certe reazioni, e non è detto che se le cose peggiorino potrò domani identificarmi del tutto con i movimenti più violenti;
    durante la guerra civile spagnola i ‘comunisti’ non fecero la guerra agli anarchici? Perchè? Ritenevano gli anarchici troppo pericolosi, troppo violenti, troppo destabilizzanti? E in cambio cosa hanno ottenuto? Avevano fatto un favore a Franco. Domani a chi lo faranno il favore? La violenza può servire, se non a cambiare il mondo, in alcuni frangenti storici ad evitare il peggio come extrema ratio. Se poi sarò costretto ad arrendermi questo non giustifica la nonviolenza né la avvalora.
    Ripeto; nessuno può stabile a priori che ha agito per il male e chi per il bene solo per aver fatto casini a Roma il 15 Ottobre. Secondo me al di là di tutti i punti di vista serve
    un po’ di buon senso sia da una parte come dall’altra, magari io evito di portare mio nonno alla manifestazione per evitare che si spezzi le gambe o gli rompano il naso o lo innaffino con i CS insieme alla mia famiglia al completo con tanto di passeggino e bandiera arcobaleno e poi tutti a Gardaland, e qualcun’altr* dovrebbe riflettere sui propri limiti e sulla violenza necessaria….

  27. Max says:

    Ciao, ho letto oggi un’interessante testimonianza di un compagno che alla mani del 15 c’era e che condivido in molti punti:

    http://italy.indymedia.org/node/1676

    Un saluto, Max

  28. Max says:

    Ciao Anarchico, sono contento di rileggerti. Ho purtroppo riletto anche i soliti sterili commenti che vituperano qualsiasi anima, pacifica (o in passato quella più aggressiva e rivoluzionaria) di qualunque movimento antagonista, non perdendo l’occasione per lanciare invettive e offese a chiunque ‘agisca’, dipingendo volutamente uno sterile quadro che non lascerebbe altro spazio che la triste e borghese rassegnazione o l’accettazione del potere che degnamente rappresentano con le loro invettive.
    Detto questo, come al solito condivido buona parte delle tue analisi ma stavolta sono amichevolmente e rispettosamente critico in merito ad alcuni tuoi commenti. Personalmente sono perplesso verso il movimento degli indignados. Sono indignati perché sono “senza lavoro”, io sono indignato perché esiste “il lavoro a pagamento” ; sono indignati perché non hanno un buon diritto allo studio, io lo studio e le istituzioni scolastiche le giudico come il primo passo verso l’ammaestramento e l’educazione al terrore. Sono indignati perché lo stato supporta ed è pilotato dalle banche, io perché lo stato esiste e quindi, per perpetuare il proprio potere continua a violentare e uccidere. Io sono esasperato perchè le banche esistono non perchè sono mal gestite. Io concordo, ho fatto in passato lo stesso, lo rifarei e quindi sono solidale con i pochi compagni che, quando e dove possibile, usano coraggiosamente le occasioni e quel poco che hanno a disposizione (visto il nostro esiguo numero e zero risorse) per colpire banche e strutture del potere, centri commerciali, infrastrutture, simboli del dominio religioso e gli sbirri al soldo del potere. Certo, sono azioni dimostrative o dettate dalla rabbia, ma sono azioni che NON meritano di essere biasimate. Perché dovremmo suggerire, esplicitamente o implicitamente, di ‘riflettere criticamente’ o peggio astenersi da tali azioni? Personalmente non mi importa se quelli del SEL saranno indignati anche contro queste azioni o se i borghesi non ne capiranno mai metodi e scopi, se il papa in persona esprimerà rammarico per una statuina della madonna, simbolo della superstizione, giustamente distrutta dagli ultrà sinistrorsi e se in questo modo qualcuno, poverino, si sentirà “strumentalizzato” perché voleva una manifestazione di piazza simile al carnevale di viareggio o un pacifico rave party. Quando si partecipa ad una manifestazione in strada con un numero così elevato di persone si deve mettere in conto che non tutti si comporteranno come desideriamo. Se si vuole una parata o si vuole che gli altri si comportino ‘come piace a noi’ non si organizzi o non si vada ad una manifestazione popolare, si vada ad una sfilata, magari dell’esercito, lì son tutti in fila, ordinati ed inquadrati per benino. Non mi piace poi sentir proporre servizi d’ordine, organismi di controllo, piattaforme logistiche per contenere le masse.. certe cose non mi entusiasmano, soprattutto in momenti, come quelli attuali, già tanto soggetti al controllo governativo; mi sembrano, di nuovo, altri meccanismi di controllo proposti proprio da chi quel controllo lo vorrebbe abbattere. Credo personalmente che tu abbia sbagliato ‘la nuance’ nella tua analisi, cioè non le cose che hai scritto ma come le hai scritte, anche se ne capisco i pregevolissimi scopi e la correttezza degli ideali di fondo. Ma forse, come sempre, ho semplicemente frainteso e letto male. In ogni modo la mia non è una lettera di polemica ma una risposta alla richiesta di commenti. Le nostre mosse vanno ben considerate? Certo. E’ un momento critico ed embrionale per dare una forma al movimento? Vero. Ma se il movimento deve prendere una forma cosiddetta “salutare” ed esprimersi necessariamente persino ‘contro’ minuscoli (!) atti spontanei di rivolta e sabotaggio antistatali allora preferisco un aborto, preferisco che il feto sia danneggiato e che nasca un poco strano, più sociopatico, individualista e distruttivo. Sono stati atti di rivolta politicamente poco proficui per il dialogo con gli indignati e con il pubblico? Forse. Ma come abbiamo visto, parte di quei cosiddetti indignati erano delatori, collaborazionisti, amici della polizia. Lo dico senza veemenza e con lucidità e anche un poco di tristezza. I fatti successivi, come le spiate agli sbirri e altre cose, hanno ampiamente dimostrato chi siano buona parte, forse proprio il 99% …di quelle persone. I compagni che chiami rioters non hanno sbagliato, hanno sbagliato quelli che li hanno denunciati e verrà il giorno, come dicevano ludicamente i Conflict, gli unici ad avere dedicato una canzone al buon <a href="http://youtu.be/QvHnbCW0cG4&quot; Carlo Giuliani , : <a href="http://youtu.be/575YpXvuzFA&quot; 'To see Who is Who' e ‘chi è chi’ lo abbiamo già intravisto bene il 15 Ottobre ed i giorni successivi e lo stiamo vedendo dai commenti nella rete e sugli altri media.

    Max

    • lanarchico says:

      @Max: Ciao Max il piacere di rileggerti è assolutamente reciproco. Hai ragione: ho scritto delle cose con una “colorazione” intenzionalmente provocatoria per un anarchico militante. Che non è piaciuta a diversi compagn* anche nella vita reale. Le analisi che leggo da parte anarchica (te compreso) sono per me generalmente condivisibili e rappresentano il modo tipico con il quale si affronta quello che è successo il 15 ottobre (e anche analoghe situazioni greche) ma, per me, ci sono due problemi fondamentali. Tipicamente si glissa su un aspetto: la convivenza fra chi ha una strategia non violenta (ma accetta di difendersi dalle violenze altrui e non è un delatore o un riformista e ce ne sono tanti) e chi invece sceglie il riot. A mio avviso non si può pensare che i non violenti debbano rimanere a guardare come altri manifestanti impostano lo spazio condiviso e impongono la propria strategia all’interno di un corteo. Secondo me occorre gestire la convivenza in modo mutuamente rispettoso, oppure si apre un conflitto che è esattamente quello che serve a chi sta sopra per rimanerci. L’altra tendenza è quella di accumunare in modo più o meno velato le critiche come la mia alla posizione dei delatori o dei riformisti e questo mi sembra oltremodo scorretto. La rivoluzione non si può fare in qualche migliaio sulle spalle di tutti gli altri a meno che da anarchici non cambiamo nome e tradizione. Se vogliamo veramente la rivoluzione dobbiamo sforzarci di abbracciare il pluralismo e il rispetto di tutte le persone che attualmente vogliono cambiare qualcosa e, inoltre, anche convincere chi al momento è ancora indeciso o avulso dalla lotta. La situazione che si è creata non è un buon inizio ma si può sempre far tesoro delle critiche e migliorare. O almeno lo spero…

  29. dagedg says:

    sul piano terorico son d’accordo si sarebbe mostrato più rispetto verso gli indignados pacifici a creare un’altro corteo con all’interno i cosiddetti violenti, praticamente però sarebbe stata una carneficina, centinai di arresti ecc…
    per manifestare con la violenza, quando si è in minoranza rispetto alla sbirraglia, si fa così.

    detto questo nemmeno io penso che la violenza sia l’unico giusto mezzo per cambiare le cose, ma lo è sicuramente più di una manifestazione pacifica.
    visti i riusultati storici della violenza, ci sono dei buon presupposti che con essa si riesca a cambiare la situazione sociale (si, ma a che prezzo? lo so, ma è un altro discorso) mentre da una manifestazione pacifica ci si piò aspettare, al massimo, che si dimetta un partito per lasciarne il posto ad un altro.

  30. EsIstEgal says:

    Abbi pazienza se insisto, ma \le attivitá programmate dai promotori\…. ma chi se ne frega dei promotori, dei portavoce, degli aspiranti leaders? Sinceramente, al di lá dei soliti insurrezionalisti ( con i quali mi trovo in disaccordo su questioni fondamentali ) la rabbia si é scatenata perché, per dirla con un motto popolare, a forza di tirare la corda quella si spezza. Io sono molto piú preoccupato di come ci si possa liberare dagli opportunisti e dai pompieri sociali nel contesti di una protesta che non dal fatto di isolare i violenti… anche perché siamo tutti potenzialmente violenti.
    Per il resto devo darti atto che il post non si concentra \solo\ sull’aspetto della violenza, come io invece ho fatto notare. Purtroppo la parte meno condivisibile del discorso ha calamitato la mia attenzione, la prossima volta cercheró di non farmi trascinare e di leggere con piú calma. I post con piú di quattro righe non mi spaventano, hahaha!

    • lanarchico says:

      @EsIstEgal: Promotori non è sinonimo di leader, né di portavoce, né di partiti e puoi leggere nei miei articoli qual è il mio pensiero nei confronti di queste categorie. Da parte mia penso ogni compagn* abbia l’obbligo di rispettare le differenze quando partecipa ad un atto insieme ad altri e che sabato scorso questo rispetto sia mancato. E questo non si deve minimizzare perché ha (e avrà) delle conseguenze nefaste.

  31. EsIstEgal says:

    Ciao! Non ho potuto lasciare un commento al tuo post precedente perché i commenti erano disabilitati-ecco spiegato l’arcano, non che i lettori di queste pagine non abbiano avuto il cuore ( almeno per quel che mi riguarda, la mia opinione la condivido volentieri )…
    Leggendo queste tue considerazioni mi verrebbe da chiederti: ma allora che cavolo dobbiamo fare? Come dobbiamo agire? Te lo chiedo senza intenti provocatori, mi interessa veramente capire se qualcuno/a abbia le idee un tantino chiare su come mettere in moto una qualche forma di cambiamento reale che non sia come sempre un palliativo o direttamente una fregatura. Mi spiace che tu abbia analizzato i fatti concentrandoti solo su quella che per te é violenza dannosa imposta da pochi settari, mi spiace anche che una frase di Malatesta (“se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazze, preferirei perdere”) venga citata qui in modo inappropriato, visto che il vecchio si riferiva evidentemente al rifiuto da parte sua della possibilitá di riproporre dopo una eventuale rivoluzione modelli di societá autoritari e coercitivi.
    Un dibattito é per me costruttivo se serve a capire e far chiarezza, ma se si limita a considerazioni stantie risulta una perdita di tempo. A proposito dei ragazzi cattivi e settari con cappuccio e spranghe che non sarebbero dei veri anarchici col cuore puro eccetera eccetera é giá stato detto e scritto abbastanza, per quel che mi riguarda basterebbe leggere quella che ritengo essere l’azzeccata risposta di Tobia Imperato ad alcuni compagni di “A-Rivista” ai tempi del dibattito del dopo-G8 a Genova:
    http://anarca-bolo.ch/a-rivista/278/40.htm
    Per il resto la mia opinione sui fatti di Roma é riassunta qui ( vedi anche i commenti):
    http://blackblogger.splinder.com/post/25671078#comment
    Tutto questo lo dico senza astio, ma mi dispiacerebbe se anche tu come altri ti fossilizzassi su episodi ai quali va attribuita l’importanza che meritano, un’importanza relativa. Sarebbe ora di iniziare a discutere su come mettere veramente a frutto la rabbia e la volontá di cambiamento al di lá di eventi occasionali come é stato il corteo romano…

    • lanarchico says:

      @EsIstEgal: Grazie 1000 per avermelo fatto notare. Ovviamente non era intenzionale: non ha preso le impostazioni predefinite ora dovrebbe funzionare… Riguardo ai giudizi che mi attribuisci deve esserci un malinteso perché non ho certamente inteso analizzare solo il riot: al contrario ho scritto di altri fattori che a mio avviso sono fondamentali per provare a “mettere in moto un cambiamento, etc”. Ho scritto in termini pesanti esclusivamente sul tipo di riot che è stato realizzato in modo assolutamente voluto: perché lo ritengo “autoritario e coercitivo” e non compatibile con l’anarchismo. Se le modalità utilizzate fossero state diverse anche il mio giudizio sarebbe cambiato, come penso si capisca dall’articolo precedente. Sono consapevole di essermi messo in una posizione scomoda attaccando in maniera chiara comportamenti di alcuni che (secondo me) giocano con la violenza (a differenza di altr* che hanno un etica anarchica). Non a caso ho cercato di non usare espressioni che potessero colpire nel mucchio anche chi rispetta i cortei altrui pur adottando modalità di lotta diverse da quelle prevalenti. Concludo con uno slogan che forse piacerebbe ad Anna ma non tanto a me che mangio il pane integrale: prima si divide la farina dalla crusca e poi si fa il pane…

  32. Anna io perderei anche una giornata a leggerti o a leggere ma se devo essere sincero faccio proprio molta più fatica a farlo sul computer.Preferirei leggere un bel libro, ripassare e sottolineare le frasi che mi convincono di più, e se mi accorgo che qualcuno mi sta tirando per il calzino o che la lettura diventa noiosa e incomprensibile, smetto anche di leggere il libro. Sarà un mio limite ma avvolte è meglio avere confronti dal vivo, senza pregiudizi di sorta, aperti e sinceri, dove tutti gli interlocutori possono esprimersi rispettando alcune semplici regole condivise e maturate col tempo.E’ un piacere poi scoprire di avere molte più cose in comune con un tuo avversario politico che uno tuo uguale per idee e aspettative.

  33. Anna says:

    E’ ovvio che l’obiettivo è quello di avere una discussione nel merito, ma evidentemente per raggiungerlo si deve superare il guscio della forma.
    È l’era di twitter, nessuno legge i giornali, nessuno legge le analisi di due-tre pagine, nessuno si concentra per più di due minuti.
    Non mi piace questa realtà, ma E’ la realtà e ignorarla non serve.
    I tempi in cui si passava la serata a leggere davanti al caminetto con
    il lume ad olio sono passati e non torneranno tanto presto.
    Torneranno probabilmente, quando ci sarà la crisi petrolifera finale,
    ma ci vorrà ancora un po’.
    Nel frattempo o ci si adatta, o si scompare.
    Ancora, mi sono dilungata troppo. Un saluto…

  34. Anna says:

    Fa sorridere, e lo dico nel senso più pulito e partecipe possibile, il candore di chi loda la “centratura” dei propri articoli e si autoconvince che se “nessuno ha lasciato commenti… evidentemente non ne hanno avuto il cuore”. Che non abbia interessato nessuno, non è contemplato nè contemplabile.
    Che nessuno l’abbia letto, tanto meno (cliccare su una pagina, o finirci sopra per caso, non significa leggerla, tanto più quando la sbrodolata in questione supera di gran lunga la soglia di attenzione del blogger medio, che ormai è di 4-5 righe).
    Il candore e l’ingenuità sono molto nobili e merce rara in questi tempi senza vergogna, ma ragazzi sveglia, il mondo è cambiato, il linguaggio pure e la comunicazione più di tutto, quando la gente vede paginate e paginate (pardon, videate e videate) di settantismi assortiti, senza nemmeno una foto di donna nuda, si dà a gambe levate…
    Ecco, ho già scritto troppo, e nemmeno voi leggerete questa cosa.
    O farete come il lettore medio, che legge direttamente l’ultima riga. Quindi leggendo che si parla di donna nuda risalirà il testo e leggerà anche il resto. Vi ho appena regalato un consiglio d’oro: se volete essere letti, nell’ultima riga metteteci il botto, sparatela grossa. Anche se non c’enta niente. Vedrete che leggeranno anche il resto.

    • lanarchico says:

      @Anna: Ti ringrazio per il contributo. Può darsi che la tua analisi disperata sia “centrata” e che sia indispensabile adottare slogan ficcanti e molto marketing per farsi ascoltare. Faccio del mio meglio per sintetizzare i miei scritti ma purtroppo non posso cambiare il mio modo di argomentare e per fortuna non ho lo scopo (nè la capacità) di diventare famoso. Vorrei soltanto contribuire ad un’analisi e magari leggere critiche nel merito delle questioni e non solo nella forma.

  35. C’è un equivoco sull’idea che in molti ci facciamo sull’idea di violenza, e cioè di credere che dietro di essa ci sia la vera volontà, per chi la pratica -a tempi indeterminati-, di voler applicare per forza un sistema sociale o di idee. Io credo di no.
    La violenza dei giovani in certe sue manifestazioni va contestualizzata e analizzata molto più approfonditamente, se non vogliamo cadere nella generica e semplicistica affermazione che non si cambia il mondo con la violenza. Estrapolare alcune scene di guerriglia urbana per stabilire, per esempio, chi ha agito per il bene e chi per il male, e da vecchi bacucchi bachettoni.
    Io non credo nemmeno nelle capacità degli indignati o degli ‘anarchici’ italiani più pacifici e razionali, di saper riuscire a portare avanti un progetto a medio e lungo termine, con o senza difetti, per un cambiamento nella società.
    Gli studenti francesi nel 1968 non erano scesi in piazza molto pacificamente per ottenere le riforme più importanti in materia scolastica, per abolire l’antiquato sistema di istruzione napoleonico. In effetti avevano ottenuto molto di più senza pensare in grande che con il sogno di cambiare tutto il mondo, anche se in cuor loro c’era la speranza. E in effetti la violenza è più un arma della riforma che della rivoluzione, contrariamente a quel che molti suoi sostenitori (ma anche detrattori) sostengono.
    Detto ciò non sono affatto per una politica di riforme, me ne guarderei bene, ma non sono nemmeno convinto che un movimento organizzato e pacifico possa scardinare e cambiare radicalmente il mondo e le società di oggi. E’ una stupidaggine da cinquantenni maturi con il pizzetto.
    Io credo che con la violenza dovremo, e dovranno farci i conti in un futuro non lontanissimo, (spero non per fare le rivoluzioni, quelle come ho già detto altrove le possiamo fare ogni giorno), anche le future generazioni, non per cambiare il mondo ma per liberare spazi sociali, saperi, diritti.

    Spazi Altri

  36. EsIstEgal says:

    Molto interessante! Se permetti lo copio, con aggiunta magari di un mio commento, sul mio blog (citando ovviamente la fonte). L’unica osservazione che mi viene in mente é che manca purtroppo un riferimento alle teorie economiche di Karl Polany, molto costruttive viste da una prospettiva anarchica. Sulla Parecon ho letto qualcosa di piú dettagliato in inglese, ho anche trovato un sito in lingua tedesca (lingua che capisco) dedicato a questa teoria economica, ho intenzione di approfondire e in segiuto magari riusciró a scrivere qualcosa sull’argomento, tempo e capacitá permettendo.

    • lanarchico says:

      @EsIstEgal: Tutto quello che viene pubblicato su L’Anarchico è liberamente utilizzabile citando la fonte… Sarà un piacere estendere il dibattito sul tuo blog. Nel frattempo, mi informerò su Karl Polany che non conosco.

  37. Gino Ancona says:

    Alle persone oneste

    Siamo in una crisi strutturale del sistema capitalistico, tutto quello che è servito per affermarlo e legittimarlo adesso è causa del suo collasso – la macchina che è in grado di produrre l’oggetto all’infinito, quindi di abbassarne continuamente i costi aumentando i profitti diffondendo “ricchezza” intorno, la “ricchezza” necessaria ed essenziale per reggere il meccanismo che si chiama mercato – adesso “l’infinità degli oggetti” ha “finito” il mercato e non bastano di certo le “piccole tragedie” come quelle dell’Aquila a risollevarlo;

    il disastro al quale va incontro il Pianeta e le battaglie in sua difesa sempre più diffuse, incominciano a compattare sempre più vasti strati di popolazione e a mettere in discussione un sistema economico, come quello capitalistico, che è diventato il paradosso e il contrario dell’economia stessa in quanto non è più un qualcosa che sostiene la vita, ma è la vita stessa di un intero pianeta che sostiene un sistema di profitto;

    intere “aree geografiche” sempre più in fermento e in movimento perché non più disponibili ad assolvere ruoli subalterni ai paesi che maggiormente hanno goduto dello sviluppo capitalistico che e inoltre, ha generato fame nella parte maggiore del Pianeta spesso, anche, più ricca di risorse;

    il sistema politico di gestione non ha fatto altro, nel sostenerlo, che aggravare ulteriormente lo stato di crisi del capitale e quindi, un sistema politico, non più utile nel mantenimento degli “equilibri” squilibrati.

    Socialismo o barbarie – a quanto pare la strada che il potere ha scelto è quella delle barbarie! D’altro canto la politica l’unica cosa che riesce a “contrapporre” è una “resistenza” destinata sempre più ad un ruolo puramente testimoniale perché incapace di sganciarsi dalle logiche di sudditanza al capitale e che, al massimo, riesce a far arrampicare, da qualche parte, per far “reclamare” ma più che altro cercare di far elemosinare un collare da schiavo e così facendo legittima inequivocabilmente il potere stesso;

    da anni, dall’ultimo tonfo conseguente all’ultimo “assalto al cielo” degli anni ’70, sempre più in molti si sono indirizzati verso una concretizzazione delle proprie aspirazioni di vita e nei fatti e in qualche modo, rappresentando un ricordo di quello spirito, ben più grande, che costruì ed animò il grande slancio popolare teso all’Emancipazione dalla schiavitù del lavoro e dal lavoro;

    da anni vediamo crescere una spinta autogestionaria che si sgancia sempre più dalle logiche della politica e dalle sue strutturali divisioni-contrapposizioni riproponendo, anche se in forme spesso confuse, la necessità di ritornare sul terreno dell’organizzazione sociale solidaristica, mutualistica e di cooperazione tra gli individui e le loro forme sociali;

    noi pensiamo che se si incominciasse a ragionare insieme, raccogliendo il valore delle singole esperienze, rafforzandole con un Progetto Sociale Complessivo costruito insieme, si potrebbe essere in grado di riproporre l’Emancipazione non più come pio desiderio ma come precisa realtà in movimento utile, anche, a sostenere e a dare uno sbocco di cambiamento al “fronte di resistenza” nella speranza che riacquisisca dignità sganciandolo finalmente dal ricatto padronale.

    Pensiamo che la costruzione dell’alternativa concreta al capitalismo sia la massima urgenza da porre, non più solo al dibattito ma alla concretezza della quotidianità per garantire la nostra Vita e la Vita del Pianeta dalla barbarie.

    Gino Ancona (seg. Nazionale sindacato Arti e Mestieri USI-AIT)

    \Da quando le persone corrotte si uniscono fra loro per costituire una forza, poi le persone oneste devono fare lo stesso\. Lev Tolstoj

    http://www.artiemestieri.info/index.php?option=com_content&task=view&id=125&Itemid=1

    • lanarchico says:

      Grazie Gino del tuo contributo. Anche L’Anarchico è convinto dell’urgenza non soltanto di sviluppare dibattiti sulla costruzione di un mondo nuovo ma anche dell’articolazione di pratiche autogestionarie di liberazione. Il lavoro da fare è molto ma speriamo che le alternative sappiano svilupparsi…

  38. Max says:

    Un’altra sua lettera precedente: “Spoleto – 14/11/2007 – 12:26

    «Sono Michele Fabiani, “detto Mec”, come direbbero i giudici, eh eh.
    Vorrei che questo scritto girasse il più possibile, non so ancora se potrò fotocopiarlo o se dovrò ricopiarlo a mano per cercare di mandarlo il più possibile in giro.

    Dalla seconda media mi chiamano Mec perchè per spirito di contraddizione tifavo la Maclaren…. e così ho appena scoperto che di sfortune ne ho avute di 2 in 2 giorni: la macchina di Agnelli e Montezemolo vince i mondiali e io finisco in galera. Martedi 23 ottobre 5 brutti uomini (2 erano cosi’ brutti che si sono messi il passamontagna) irrompevano in casa mia, la mettevano completamente sottosopra e mi arrestavano in base all’articolo 270bis (scritto dal ministro Rocco per Mussolini).

    I reati associativi come l’art. 270 bis e 270 permettono di arrestare qualcuno non per cio’ che ha fatto, ma per come la pensa, perché fa parte di qualche fantomatica associazione. Basti pensare che uno di noi 5, rinchiusi in isolamento giudiziario da quasi 4 giorni e da oggi in E.I.V., è accusato solo di aver fatto una scritta su un muro! Ci pensate? Tre volanti (a testa), i mitra, i passamontagna, la scorta aerea dell’elicottero, le telecamere, il carcere, l’isolamento, l’e.i.v., per una scritta su un muro!

    Sono poi stato portato alla caserma dei carabinieri di Spoleto e poi a quella di Perugia, infine da quella di Perugia al carcere. Il primo momento propriamente comico è stato il trasferimento tra la caserma di Perugia e il carcere: chi guidava la macchina, forse impressionato, si è sbagliato strada e abbiamo fatto 2 volte il giro intorno alla stazione ferroviaria.

    In carcere mi stanno trattando bene, non mi hanno mai toccato (in tutti i sensi, neanche per gli spostamenti). La cella è molto sporca, c’è un tavolo appeso al muro con un armadietto inchiodato ed un letto inchiodato per terra ed alla parete. Oggi è caduto l’isolamento e abbiamo anche la tv. Resta il divieto di comunicare tra noi, che è la cosa peggiore. Ho visto le immagini del TGR Umbria che eravate fuori durante gli interrogatori: eravate tanti! Sono stato tanto felice, purtroppo da dentro non vi abbiamo sentito.

    Ho risposto alle domande non perchè io riconosca un qualche valore alla magistratura, ma per il semplice motivo che nelle motivazioni del nostro arresto c’erano scritte talmente tante (omissis) che ho ritenuto importante contraddirle subito, pur senza essermi mai consultato con gli avvocati, per la corretta esposizione dei fatti, per la libertà di tutti noi.

    Talmente tante erano le falsità, le contraddizioni, gli errori grossolani che era di importanza strategica distruggerle immediatamente.

    Nessuno tema o si rallegri: io ero, sono e resto un prigioniero rivoluzionario. Lo ero, un prigioniero ed un rivoluzionario, anche prima di martedi: siamo tutti prigionieri, tutti i giorni. Quando ci alziamo la mattina per andare a lavorare, quando passiamo gli anni più belli della nostra vita sprecati su una macchina, quando facciamo spesa, quando non possiamo farlo perchè mancano i soldi, quando li buttiamo via i soldi per delle cazzate (vestiti, aperitivi, sigarette non c’è differenza) quando guardiamo la tv che ci fa il lavaggio del cervello, che cerca di terrorizzarci con morti, omicidi, rapine (quando in 15 anni gli omicidi sono diminuiti del 70%) così che noi possiamo chiedere piu’ telecamere, piu’ carceri, pene sicure, quando se c’è una pena davvero sicura a questo mondo è quella che incatena lo sfruttato alle sue condizioni.

    Io non ho mai detto “SONO UN UOMO LIBERO”, in pochi possono dirlo senza presunzioni. Se io fossi un uomo libero, andrei tutti i giorni sulla cima del Monte Fionchi, in estate con le mucche e le pecore e in inverno con la neve, e dopo aver raggiunto faticosamente le cime…guardare a nord ovest, la valle Umbra o Valle Spoletino come si diceva una volta, poi a nord est la Valnerina e il Vettore quasi sempre liscio dietro, e poi via verso est tutti gli appennini che cominciano da lì, fino a sud dove ci sono quelle meravigliose foreste…

    E forse, ripensandoci, neanche lì sarei davvero libero. Perchè la valle Umbra è piena di cave, di capannoni, di fabbriche, di mostri che devono essere combattuti. Ma mancano gli eroi oggi mentre di mostri ce ne sono anche troppi. Quindi io non sono un uomo libero, il dominio non è organizzato per prevedere uomini liberi. Però sono un rivoluzionario, un prigioniero rivoluzionario. Io sapevo gia’ di essere un prigioniero, prima che un giudice me lo dicesse.

    Certo, questa prigione è diversa da quella fuori: qui vedi tutti i giorni, in maniera limpida, simbolica e allo stesso tempo materiale quali sono i rapporti di forza del dominio; dove c’è chiaramente e distintamente l’uomo, con i suoi sogni, i suoi amori, il suo carattere, e il sistema, le sbarre, le catene, le telecamere, le guardie. Potremmo dire, ironicamente, che da un punto di vista politico-filosofico qui le cose sono più semplici: il sistema cerca di annientare l’individuo, l’individuo cerca di resistere. Ovviamente l’uomo qui sta peggio. E’ inutile fare retorica. Dopo qualche giorno la gabbia te la trovi intorno alla testa, è come se avessero costruito un’altra piccola gabbietta, precisa precisa intorno alla tua testa. Con il cervello che ragiona ma non ha gli oggetti su cui ragionare, con la voglia incontenibile di parlare e non c’è nessuno, di correre e non c’è spazio, quando mi affaccio alla finestra vedo un muro con altre sbarre, non si vede un filo d’erba, una collina (neanche durante l’aria, che passo solo in una stanza piu’ grande), fuori dalla tua gabbia c’è un altra gabbia. La mia paura è che questa sensazione mi rimanga anche quando esco. Che la lotta per non impazzire diventerà il fine della mia vita.

    Nel carcere “formale” l’uomo combatte contro se stesso, mentre nel mondo fuori il rivoluzionario deve combattere una guerra contro entità oggettive. La mia paura è che ci si dimentichi di questi 2 livelli di scontro, che anche quando uscirò ci sarà questa gabbia intorno alla testa che mi ………… e mi dice di non prendere a calci la porta della cella e di mettermi ad urlare. Non solo l’uomo antropofizza il mondo, ma in galera l’uomo antropofizza anche se stesso: come distruggiamo le montagne, così qui distruggiamo la nostra mente, costruendo fantasmi contro cui scontrarci.

    Il rapporto è tutto mentale qui. E’ di questo che voglio liberarmi, voglio uscire e continuare ad avere una capacità di analisi oggettiva della realtà. Qui questa capacità rischio di perderla. Mentre fuori, innaffiando un seme e facendo crescere una pianta, si ha un’interazione fisica con il mondo qui lo scontro è tutto psicologico. Lo scontro è fisico solo ad un primo livello, con i muri che non mi fanno uscire, ma in realtà la guerra è anche con i nostri fantasmi. I muri sono troppo materiali per essere reali. Sbagliano i marxisti quando riconducono tutto alla materia.

    La realtà è una sintesi in cui l’uomo colloca se stesso tra il mondo e le sue idee. In galera purtroppo questa sintesi è pericolosamente, patologicamente, troppo incentrata sulla mente. Ai compagni che scrivono che non trovano parole dico di trovarle queste parole che ne abbiamo troppo bisogno. Scriveteci a tutti e 5! Vorrei che qualcuno dicesse ad Erika che le mando un bacio.

    Mec, Un anarchico in cattivita’
    26/10/07»

  39. Max says:

    Grazie Anarchico per la risposta ed il commento, breve ed esaustivo. Chiaramente confidavo che la pensassi così e desideravo aggiungere la mia richiesta di chiarimenti ed un commento perché, devo dire, alcune parti dell’articolo mi avevano lasciato dei dubbi.
    Per esempio la sentenza del fu Colin Ward che riporto: “Sono convinto che il modo più efficace di fare PROPAGANDA anarchica sia prendere in esame l’intera gamma di problemi, parziali, frammentari eppure impellenti, con i quali le persone devono effettivamente misurarsi, e cercare soluzioni anarchiche a essi invece che indulgere a una vuota RETORICA sulla rivoluzione”.
    Anche se chiaramente il pensiero di Ward è molto (!) più articolato ed interessante di questa sua affermazione precedente, io non credo che siamo costretti a scegliere tra intelligente “propaganda” e vuota “retorica” ma sono più del parere che basti cercare di essere noi stessi facendo quello che, da anarchici, ci sentiamo di fare nella contingenza “individuale” non in quella sociale, tantomeno ‘storica’.
    Da questo “desiderio di libertà” accompagnato magari dal semplice ragionamento e da una veloce infarinatura storica, per me si genera già molto, se non tutto: ribellismo, rivoluzione, retorica (se vista criticamente), lotta in ogni campo della società e anche un certo grado di propaganda anche solo, in molti casi, per mezzo dell’esempio personale.
    Riguarda i termini “libertario” e “anarchico” anche qui hai probabilmente ragione ad inserire delle distinzioni. E’ che, personalmente, ho e davo per scontata un’idea abbastanza chiara, direi quindi francamente anarchica, dell’essere libertari. Capisco che non per tutti valga lo stesso ragionamento ed accostamento e quindi concordo. Grazie per i sempre amichevoli chiarimenti sul tuo pensiero.
    Max

  40. Jo says:

    C’è solo un errore un pò grossolano (a mio avviso)in questo articolo e mi permetto di rimarcarlo, la massa degli ombrelli rossi non era lì per simboleggiare il ripararsi da qualcosa ma al contrario per ostentare una sorellanza con le donne prostitute http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2011/02/08/13-febbraio-massa-critica-con-gli-ombrelli-rossi-noi-vogliamo-tutto/

  41. Max says:

    Salute Anarchico, innanzitutto grazie per il tuo lavoro e per il Blog che seguo assiduamente. Rileggevo solo oggi per bene l’articolo “Rivoluzione oggi o anche no” linkato nel tuo ultimo intervento di ‘Bilancio sul primo anno di attività’.

    Sia pur condividendone i contenuti in linea generale sono dubbioso sulla definizione di ‘gradualismo anarchico’ in quanto tale; sono cioè preoccupato che la definizione stessa di “gradualismo anarchico” infici, in qualche modo il concetto stesso di ‘rivoluzionario’ diventando una vera e propria ‘dottrina politica dell’attesa’ anche se, come dici e in parte concordo, sia utile concentrarsi sul diffondere idee e pratiche di libertà nella nostra società o proporre, in pratica, giorno dopo giorno, lotte per conquistarla e manifestarla.

    Tuttavia rimango dubbioso sulla proposta di associarsi con chiunque condivida obiettivi e metodi libertari, perché, a mio parere, molto semplicemente, chi condivide obiettivi e metodi libertari, non è altro che il libertario, quindi non di associazione si parla ma di fusione con noi stessi! Inoltre è un’affermazione che implica una “chiara” definizione di cosa voglia dire associarsi e necessita sapere quali sono gli scopi delle persone o gruppi o movimenti a cui associarsi. Volta per volta. L’associazionismo generico non può essere intesa come una metodologia, una prassi, uno strumento a sé. Chiaramente non credo che ti riferissi a questo, voglio solo proporre un paio di ragionamenti personali.

    Ritengo poi, rispettosamente ed amichevolmente, che anche il ‘gradualismo anarchico’, inteso come asserzione metodologica sia sinceramente un concetto troppo vago. Io credo che l’idea di gradualismo anarchico sia una verità, un concetto che NON possa essere preso a se stante, come una teoria ‘autoportante’.

    E’ solo un mero fattore su cui ragionare, un aspetto del nostro ragionamento, sull’anarchia, sulla “rivoluzione ultima”.

    Sospetto che il concetto di gradualismo anarchico, impugnato come assioma, possa, in un certo modo, persino manifestarsi come negazione di un fattore spesso essenziale di molti anarchici e libertari rivoluzionari, cioè il “desiderio impellente di anarchia nel quotidiano”, un’aspirazione che, inevitabilmente, alla sua nascita, si scontra, immediatamente, violentemente, con la società odierna nel suo complesso.

    Tale aspirazione rivoluzionaria individuale, se sincera, totale e coinvolgente, per me genera difficilmente la “paziente facoltà” di ricercare, di indagare e trovare, nascoste sotto le pietre della contemporanea dittatura mercantile, spazi di dialogo, correzioni di mira, condivisione di obiettivi o dialoghi con chi “rivoluzionario” non è. L’attitudine rivoluzionaria individuale, invece, può portare, da subito, all’agire individuale per la propria libertà o all’associarsi con altri per la rivolta o atti di rivolta, anche simbolici e meramente emblematici, ma che ristabiliscano con urgenza anche solo il concetto della propria libertà personale.

    La forte attitudine al “mero” e circoscritto gradualismo è possibile in individui per natura pacifici, mansueti, proni a compromessi o semplicemente iper razionali, maturi, anziani , stanchi o semplicemente molto ‘sociali’, compassionevoli o peggio timorosi. Dall’altro lato abbiamo la scarsità di veri e propri rivoluzionari anarchici dovuta a vari fattori, prima di tutti la violentissima repressione, l’educazione oppressiva ed onnipresente nella nostra dittatura mercantile, che instilla ovunque terrore e convenzionalità consumistica, svuota le persone delle proprie facoltà, comprese il coraggio alla rivolta, appunto, “personale” sostituendolo con un erroneo e stereotipico concetto di sacrificio per la società. Io credo che il rivoluzionario in lotta non lo faccia spinto da un sacrificio per la società ma anche e proprio per se stesso, per rivendicare, nella contingenza, la propria libertà, conscio altresì che in questo modo aiuterà anche altri.

    Io non credo che Malatesta intendesse sviluppare il concetto del gradualismo anarchico come la “pratica” sul campo o una prassi fondamentale, ma che semplicemente constatasse ed avvertisse i libertari che la rivoluzione anarchica sarà effettiva senza imposizioni dell’uomo sull’uomo, quando gli individui avranno sviluppato, autonomamente, principi libertari. Non credo che intendesse proporre questo mero concetto come strumento per i metodi operativi in relazione all’analisi storica come (almeno apparentemente) viene proposto nell’articolo.

    Credo che il criterio (del tutto spontaneo e naturale) tuttora in atto di convivenza di un GRADUALISMO ANARCHICO “contemporaneamente” ad un concreto RIBELLISMO ANARCHICO sia, appunto, naturalmente e spontaneamente valido perché in relazione alle attitudini individuali e caratteriali dei vari tipi di rivoluzionari anarchici. Sempre che di rivoluzionari si parli. Mi sento quindi di disapprovare chi disprezza o si dissocia sia da un metodo che dall’altro. Non è questione di non essere né carne né pesce, è questione di fare quello che si fa quando se ne ha naturalmente voglia e, nel corso della vita e nei nostri pensieri le cose cambiano. La supposta “contingenza storica” presa in esame nel proporre il gradualismo non è altro che un aspetto del nostro pensiero, un’analisi, non una realtà incontestabile.

    Spero di essermi spiegato e che il mio semplice commento sia adeguato anche se magari era un’analisi scontata e già sottintesa nell’articolo o nelle idee dell’anarchico. Ho la volontà di capire le riflessioni di altri compagni e ringrazio per questo, per me utile, spazio.

    Max

    • lanarchico says:

      @Max: Ti ringrazio per il contributo ove non vedo nulla di controverso dal mio punto di vista. Nell’articolo, infatti, scrivo: “al mutare delle precondizioni oggettive della società contemporanea dei paesi occidentali e al venir meno del fermento rivoluzionario delle masse, gli anarchici dovrebbero ritornare al Malatesta citato precedentemente e, quindi, alla strategia del gradualismo anarchico. Questo non significa che gli anarchici debbano rinunciare alla rivolta individuale o collettiva come strumento per combattere l’ingiustizia e avvicinarsi all’anarchia. Al contrario, ritengo che la rivolta costituisca una delle armi più efficaci nella lotta umana per conquistare la libertà e che sia perfettamente in linea con la visione anarchica non soltanto malatestiana”. Per quanto riguarda, invece, la definizione di libertario ed anarchico: nella pratica non vedo un’identità ma soltanto un’affinità che potrebbe essere meglio sviluppata.

  42. Odysseus_Nauticus says:

    @ L’Anarchico:
    Intervengo con qualche settimana di ritardo sul post e sui commenti per fare una domanda (forse retorica). Prendo spunto dallo stralcio di un tuo commento:

    […] non costituiscano una valanga che spazzerà via il capitalismo (come sembrano preconizzare sia Negri che Evangelisti) […]

    E mi viene da chiedermi (come mi chiedo da un po’) se Negri non sia semplicemente un marxista che al feticcio del “manicheismo marxista” ha sostituito il feticcio (riadattato, rimaneggiato, depotenziato, piegato ai propri scopi) dell’analisi foucaultiana dei rapporti di forza (quella che Foucault delinea efficacemente ne “La volontà di sapere”, che ha il pregio di rendere conto non solo di alcuni rapporti di potere, ma di poterli analizzare nella loro totalità, anche se singolarmente), e se questo non vizi parecchio le sue analisi. Mi sembra abbastanza chiara l’eco marxista, ad esempio, che emerge in questa sua “ansia di rivoluzione”, per non parlare della gonfia retorica della conclusione di “Impero” (testo nel quale, a mio parere, tiene ben poco conto della solidità delle istituzioni statali e troppo affrettatamente giudica in fase terminale la loro consistenza).
    Saluti.

    • lanarchico says:

      @Odysseus_Nauticus: Purtroppo non sono in grado di rispondere alla tua domanda se non autocitandomi: “Personalmente, ritengo che le elaborazioni teoriche di Hardt e Negri, a partire dai concetti di Impero e Moltitudine[2], non aggiungano novità trascendentali all’analisi anarchica del potere e del dominio. Probabilmente, il loro contributo è riconosciuto quale fondamentale da amplissime aree della sinistra ex-, neo- e post-marxista (e non soltanto) proprio perché nei momenti più proficui delle loro elaborazioni teoriche riescono ad evitare di riferirsi all’anarchismo, pur saccheggiando a piene mani dal pensiero libertario storico e contemporaneo. Forse per questo motivo, le loro idee vengono equivocate per anarchiche da alcuni dei loro stessi compagni marxisti-leninisti. Questo fatto, unito all’astrusità del loro modo intellettualistico ed elitario di analizzare la realtà che rende i loro testi ancora più indigesti per un libertario, dovrebbe spiegare la mia incapacità ad approfondire l’analisi di questi autori che rappresentano, peraltro, un punto di riferimento teorico per tutta l’area della nuova autonomia in Italia (inclusi disubbidienti, Ya Basta! e simili) e all’estero.”

  43. EsIstEgal says:

    Ottimo articolo, condivido in pieno. Purtroppo sono ancora in pochi/e a rendersi conto che il problema non é il viscido personaggio di turno, ma il sistema che produce certi personaggi, cosí come sono in pochi/e a capire che la soluzione al problema non puó essere trovata seguendo le logiche di un sistema sociale, economico e politico che é esso stesso il problema.

  44. carmen says:

    condivido in pieno l’articolo di Maria Matteo che ha saputo formulare perfettamente le ragioni per le quali non ho partecipato alla manifestazione del 13 febbraio. Grazie.

  45. Diego says:

    ciAo a tutti,grazie a te ,Max,è proprio un articolo interessante che pone molte questioni sul tavolo della comprensione

  46. Max says:

    Saluti, ho trovato interessanti alcune informazioni contenute in un articolo comparso su anarchismo.net e posto il link qui per coloro che avevano fatto richiesta di news e info dal Maghreb.

    http://www.anarkismo.net/article/19046

    Saluti, Max

  47. Diego says:

    caro Max e naturalmente a te,Anarchico,è difficile fare mie le tue cosiderazioni su queste rivolte,o anche altre che ci sono state nella storia.Certo sempre meglio vivere in “democrazia” che in dittatura,ma queste democrazie ,secondo me,assopiscono la volontà e le menti ,ti illudono di vivere in libertà, di essere partecipe alle decisioni, per il solo fatto di andare a votare,che forma aberrante di libertà,instaurano quelle forme di compromesso,politico-sindacale-sociale,per cui l’individuo assoggettandosi perde la visione del conflitto esistente tra se ,in quanto oppresso e sfruttato e i suoi sfruttatori e naturalmente oppressori.Con questo non voglio dire che…. tanto peggio tanto meglio,ma di sicuro bisogna stare attenti a tenere sempre alta l’attenzione della gente verso chi ti può togliere gli spazi di libertà ogni qualvolta tu abbassi la guardia.Io sono d’accordo con chi sostiene (Staid) che bisogna guadagnarsi la libertà,l’autonomia giorno per giorno,spazio per spazio,istante per istante e che bisogna difenderle in ogni istante ma allo stesso tempo ,ribadisco che bisogna pure cercare l’evento”catartico” che possa portare alla strada del cambiamento,naturalmento senza connotati autoritari.Quell’orrizzonte prefigurato da Malatesta sempre in movimento,come poi dovrebbe essere l’Anarchia.Tutto questo per dire che è ancor più difficile combattere,metaforicamente parlando, in un “regime democratico”,dove il nemico appare e scompare,dove non sai in che pieghe si nasconde e se gli individui,componenti sociali, non ci mettono della volontà per andare a cercare da dove nasce la loro,e la mia naturalmente,oppressione diventerà tutto sempre più difficile. Spero di non aver sforato dal tema.ciAo Diego un Anarchico frustrato ma incazzato

  48. miky says:

    Io credo sinceramente che bisogna partire dall’individuo.
    La società, il mercato, lo stato, sono tutte parole vecchie che ci obbligano a rimanere incatenati a l’una o all’altra cosa.
    Gli individui esistono, li tocchi, li respiri, li ascolti, la società, il mercato e lo stato no. Non siamo parole, siamo persone con delle idee, noi non siamo la società, non siamo lo stato, non siamo il mercato, – noi siamo individui.
    Tutte le regole sulla rivoluzione devono partire non da analisi sociologiche ma da rapporti tra individui differenti, nuovi, estremi, responsabili, consapevoli. I nostri corpi hanno sempre fatto paura al potere, perchè sono l’unica cosa rimasta di non verbale (come scriveva Pasolini) capace di scardinare tutte le regole in gioco. I corpi sono nostri, degli individui, e non della società, non dello Stato, non del mercato; quelle sono solo parole, noi siamo fatti di carne e ossa e non solo, ma qui il discorso si allargherebbe…..
    La rivoluzione parte da qui. Forse.

  49. Max says:

    Saluti Anarchico & Diego, concordo, Anarchico, sul fatto che si dovrebbe svolgere l’analisi e la relativa azione politica reale in merito ai fatti del Maghreb. Sarebbe interessante aprire, perlomeno, canali di comunicazione con quel movimento, proprio, magari, anche tramite i pochissimi compagni presenti in quei territori, magari supportando, almeno logisticamente, con materiali ecc, proprio loro. Ho apprezzato moltissimo le interviste che Umanità Nova & A-info hanno “immediatamente” saputo pubblicare e sono sicuro che il canale di comunicazione sia rimasto aperto, per me è importante; mi pare che proprio anche Diego lo auspichi e Jo che ha saputo essere per noi un’importante sorgente di informazioni; grazie.

    Diego, magari non era chiaro il mio pensiero, io penso che, se anche gli obiettivi di buona parte dei rivoltosi non siano, ne tantomeno facciano riferimento a principi anticapitalistici , o addirittura come diceva Toni Negri, possano diventare, almeno per ora, un esempio guida per il movimento mondiale, ciò non toglie che non siano un “nulla di fatto”, anzi, il contrario. Un moto rivoluzionario con l’obiettivo di ribellarsi da una tirannia e per accrescere la libertà può e deve sicuramente essere preso da esempio e considerato con attenzione, ed è per questo che questa discussione e post de l’Anarchico forse ci ha tutti così interessato. Comunque chiarivo il mio pensiero ma considero che sia esattamente lo stesso per te e gli altri compagni che sono intervenuti immediatamente dopo il post.. Quindi mi associo alla tua richiesta di informazioni dettagliate e non filtrate dai media di stato e di links/luoghi dove leggere ed intervenire e/o dialogare con quel movimento. Sarebbe ottimo. Con amicizia, Max

  50. Diego says:

    ciAo, avrei bisogno di alcune delucidazioni sull’evoluzione delle situazioni in NordAfrica perchè sinceramente non ci capisco più niente.Ho sentito alcune analisi di esponenti di Sinistra Critica i quali sostenevano che in Tunisia(e qui chiamo in causa Jo)c’è un forte movimento autoorganizzato spontaneo dove la gente(o moltitudine o popolo ,io preferisco chiamarla cosi)tende ad assumere il controllo delle situazioni contingenti della vita quotidiana,senza avere un riferimento dai connotati politici o religiosi.In Egitto invece ,sembra, che esista una piazza di varie connotazioni (qui mi riferisco soltanto alle rappresentanze sinistrorse),dai socialisti rivoluzionari,al movimento 6 aprile e altri che ora mi sfugge l’identificazione,oltre ai soliti sindacati operaisti e qui non sono riuscito a capire bene come si svolgano le dinamiche di ribellione visto che comunque sono riusciti a trovare un successore di Mubarak che mette d’accordo tutti quindi ,secondo me, si stà avverando quel leit motiv di cambiare tutto per non cambiare niente( e qui sono d’accordo con Max),e questa sarebbe una rivoluzione?(E qui mi ritrovo d’accordo con Max)D’accordo meglio la democrazia,naturalmente nella forma rappresentativa,che una dittatura ma questi esponenti della sinistra,seppur critica, da una parte esaltano l’autoorganizzazione tunisina dall’altra esaltano quelle forze che comunque intrecciano rapporti con strutture istituzionali e delegano la loro vita a dei…..solo il tempo ci darà il responso( che noi sappiamo già).In quanto alla Libia ,beh ci sarebbe da scrivere un romanzo,ma venendo al dunque,qualcuno che sia più informato di me potrebbe darmi una spiegazione se tutto ciò di cui ho scritto ,e di cui ho sentito,corrisponde hai fatti o no sopprattutto in Tunisia ste benedette autoorganizzazioni sono reali o no.
    Spero di essermi fatto capire ,forse sono stato un pò confusionario,ciAo a tutti

  51. Max says:

    Salute. Ho letto con interesse l’articolo segnalato sul Guardian ed il commento dell’anarchico. Scrivo volentieri la mia sperando di contribuire ad una discussione proficua, anche per apprendere qualcosa dagli altri compagni che vedo sono intervenuti. Ho letto con interesse il tuo informato commento, Jo.

    Credo che l’USO di web e social networks NON sia solo il ‘sintomo’, il mero risultato di una nuova generazione di giovani intelligenti che “tendono” all’autorganizzazione.

    E’ per me semplicistico definire tali media solo dei sintomi. Credo invece che, AL CONTRARIO, quel poco di autorganizzazione dei movimenti del Maghreb sia dovuta anche proprio alla “contaminazione” psicologica, direi ‘virale’, che tali mezzi hanno trasmesso ai giovani, un modus-operandi più “orizzontale”, implicito in molte piattaforme della rete dove la comunicazione e le informazioni e la gestione delle stesse sono per natura, “diffuse”.

    Vero è che, forse, alcuni tra i giovani tunisini, vedano come possibile una gestione del sociale simile a quella che applicano quotidianamente ma virtualmente in rete. Mi stupisce molto, però, che tale rivoluzione, anche mediatica, sia avvenuta proprio prima nei paesi dove il web e i social forum sono comunque ‘indietro’ rispetto allo sviluppo e diffusione nei paesi occidentali. D’altronde anche la rivoluzione comunista accadde proprio dove anche Marx non si aspettava, in un paese come la Russia, contadino e non industriale. Forse perché è stata fin adesso, la “necessità”, il motore di tutte le vere rivoluzioni: la fame, il disagio, la mancanza di futuro. Questo accade anche per esempio nelle occupazioni, negli squat, nelle iniziative politiche: chi ha veramente bisogno di un luogo oppure è spinto ‘da un vero disagio’ è l’unic@ dispost@ ad agire subito.

    Comunque, anche se forse ci sono dei legami a livello di ‘uso delle piattaforme’e di un’organizzazione più ‘orizzontale’, ecc, non credo che i fatti del Maghreb siano simili al movimento di Seattle / noblobal ecc come scrive Toni Negri. Perché gli ideali che animano quei movimenti personalmente credo che siano diversi. Sono quindi completamente daccordo con Jo.

    Io penso che i giovani del Maghreb aspirino a semplici modelli quali quelli dei paesi capitalisti Nordeuropei dove la corruzione è un pochino più nascosta e meno diffusa, non così capillare come dalle loro parti o dalle nostre; dove i diritti all’informazione perlomeno “sembrano” garantiti e la società è, ‘almeno apparentemente’ gestita, non semplicemente violentata come da noi nel Mediterraneo.

    Non credo quindi che siano animati da reali moti autogestionari, dalla volontà di abolire le classi ed i poteri, prima fra tutti il potere della religione per esempio che, da quelle parti è visto come importantissimo, anche dai più attivisti. Basta seguire le loro interviste, ogni 2 parole buttano dentro un ‘dio è grande’ o, ancora peggio, un ‘in-scia-allah’, se dio lo vuole, dimostrazione, per me, di poca autocoscienza e persino poca padronanza della propria vita. Non che una persona libera non possa prestare fede interiore in quello che gli pare, ma manifestarlo ad alta voce e continuamente in qualsiasi azione compia come fosse un proclama o peggio per conformismo che definirei borghese, lo ritengo personalmente pericoloso, significa sottomettersi all’uniformità.
    Basta comunque leggersi le interviste dei compagni anarchici rilasciate in questi periodi e pubblicate anche su UN come suggeriva l’anarchico nell’articolo.

    Quindi non concordo sul fatto che i rivoltosi non si accontentino e non mirino soltanto ad un obbrobrioso e subdolo governo liberale quali, per esempio quelli nordeuropei che tanto piacciono alle nostre sinistre parlamentari. Io credo che, per il momento, sia proprio quello lo scopo (proprio la ‘zuppa riformista’ che l’anarchico giustamente indicava)…

    Sono del parere che sia assurdo dichiarare che quei giovani abbiano lo scopo di costituire amministrazioni non capitaliste e non neoliberaliste per amministrare risorse naturali e produttive in maniere autogestionarie o nuove (!?!). Non credo che questo sia ciò che li anima, tantomeno il loro scopo. In quei regimi la gente si da fuoco per protesta ad un sistema che li ANNULLA del tutto, con un’arrogante e esplicita violenza che serve da macabro esempio agli altri.
    I rivoltosi vogliono innanzitutto cibo, poi uno straccio di futuro, almeno per poter vendere verdura con il loro carretto, poi magari anche libertà di parola e magari anche ciò che si illudono esista in occidente. Per me (ed è una mia opinione discutibile e spero errata) la maggior parte di loro, se non quasi tutti, non vogliono né pianificano altro.

    La piattaforma telematica è stata quindi il virus, la sorgente che, per la sua struttura, ha diffuso “un certo tipo di autogestione e autorganizzazione”; hanno assorbito tecniche autogestionarie ma sono privi degli obiettivi (autogestionari). Negri sbaglia o tende semplicemente alla propaganda come da suo stile.

    Sarebbe sicuramente e certamente utile, proporre in quei paesi, dove la rivolta è ancora viva, l’autogestione e l’abolizione delle istituzioni governative (che per loro natura non possono fare altro che privare la “moltitudine” delle risorse e del potere). Ma questo è di difficile realizzazione, soprattutto perché i mezzi per divulgare queste idee sono minimi ed i compagni in Maghreb troppo pochi, mentre l’influsso della religione islamica e del denaro o del potere, è troppo forte.

    Ciò non toglie che non si possa provare a dialogare (lo dico dal punto di vista anarchico e autogestionario), CERCANDO DI INIZIARE UNA COMUNICAZIONE CON QUEL MOVIMENTO al quale, mi pare, la voglia di comunicare non manchi. Credo, personalissimamente, che non si possa facilmente sperare che tale movimento insurrezionale possa diventare presto una referenza per tutti, se non in un ambito di esempio, di ‘coraggio’ e di ‘fattibilità’ delle rivoluzioni dal basso. A meno che le sommosse maghrebine non sfocino in un movimento costantemente autogestionario, ma la vedo dura con gli dei, il petrolio e la voglia di consumismo tra le scatole.

    Ho trovato interessantissima la definizione del termine “moltitudine” come sostituzione di quello di ‘popolo’ e la sua spiegazione (grazie mille a l’Anarchico!) e la determinazione in ambiti di “ragione” o ‘facoltà collettive’. Detto ciò devo ammettere che però, il tentativo di accostare ‘esperienza collettiva’ e ‘individuale’ come inseparabili, anche se scientificamente attendibile, mi fa sempre sorgere forti timori.

    Come il timore che la moltitudine assuma, per esempio, una “personalità” che non è la mia, un carattere che possa essere quello della maggioranza dei suoi componenti. Io personalmente aborro la ‘convivenza umana vista principalmente in relazione alla moltitudine’ o alla società e preferisco l’ottica di una mera (domestica o spontanea o silvestre) interrelazione tra individui, misurata, umana, di piccole comunità, piccole cellule “nervose” che sarà il CAOS a regolare, il mero caos che, per natura, tende al giusto equilibrio, soprattutto quando supportato da un minimo di autocoscienza o semplice volontà di convivenza (più facile da trovarsi in comunità ridotte). Mentre la moltitudine di personalità / intelletti / ecc, legate in gruppi troppo vasti e con dinamiche “logistiche” per me tende inevitabilmente alla distruzione almeno di una parte delle proprie cellule… basicamente la moltitudine intesa in questo senso è per me un cancro.

    Ritornando ancora un attimo al Maghreb, personalmente voglio sottolineare che, anche con scopi o obiettivi modesti, quando vedo moti rivoluzionari e di autogestione, gente che si muove nelle strade e si autorganizza in una resistenza, armata o meno, contro il dominio o il dominatore, non solo mi sento di esprimere la massima solidarietà, ma direi, quasi ‘fisicamente’, provo una grande eccitazione ed empatia e credo che sia assolutamente necessario manifestarlo e ribadirlo. Come mi piacerebbe fare sapere (a tutti quelli che, per scelta, voglio chiamare compagni/e) che quei moti, quell’autorganizzarsi, quel movimento caotico di individui rivoltosi, NON dovrebbe mai cessare: mai demandare, mai riposarsi, mai terminare.. Vorrei vedere quei pickups o i carri, continuare a solcare le strade nella polvere, da un villaggio all’altro, quelle manifestazioni e riunioni popolari continuare. Le tende dalle piazze NON vanno levate, mai! E’ l’unico mezzo per non cedere di nuovo ai nuovi o vecchi padroni il controllo delle nostre vite. I collettivi di quartiere, dei villaggi non devono cedere le armi, non devono smettere di riunirsi, sarebbe un suicidio. Continuare la ribellione “senza tregua” è l’unico mezzo per autogestire le risorse, per non regalare l’ambiente ed il territorio a chi non potrà mai fare altro (per natura di una società verticista) che sfruttarlo, come sfrutterà noi stessi che offriamo loro volontariamente le nostre vite senza lottare! I potenti lottano, da sempre e per sempre, tra di loro e contro la gente per accaparrarsi la gestione del lavoro e delle risorse. Anche la gente deve quindi lottare, ora e per sempre, incessantemente, perché le risorse ed il lavoro rimanga al popolo. Senza sosta, non è consentito il contrario, almeno per i prossimi secoli.

    Come vorrei farlo sapere a tutti quei compagni/e!

    • lanarchico says:

      @Max: Ti ringrazio e apprezzo il tuo contributo e spero si possa stimolare un dibattito su questi argomenti che possa crescere per passare poi dal virtuale al reale. Mi pare che siamo d’accordo sul fatto che i movimenti sociali che si muovono con forza in molte parti del mondo non costituiscano una valanga che spazzerà via il capitalismo (come sembrano preconizzare sia Negri che Evangelisti) e neanche un movimento lontanamente omogeneo o riconducibile a dinamiche similari. Però è innegabile che sta fermentando un’opposizione sociale che dovrebbe spingere gli anarchici all’analisi (che poi conduce all’azione politica)…

  52. Max says:

    In merito alla critica, infondata, sul fatto che gli anarchici non discutano, per esempio, tra le tante cose, di “Urbanistica” in tutte le sedi appropriate, ecco un’iniziativa del 4 Marzo del Centro di Doc. Anarchica Libreria Anomalia di Roma pubblicato oggi sulle news di A-info.it:

    Anomalia: 4 marzo, Percorsi urbani: per una città diversa incontro e proiezione
    Libreria Anomalia, via dei campani 73 – 4 marzo, 2011, ore 19.30
    Percorsi urbani: per una città diversa. Incontro con Carlo Cellamare (urbanista, autore di FARE CITTA’, Elèuthera, 2008). Lorenzo Romito (Primavera Romana)
    Proiezione del video \Il Mundus\ di Gaetano Crivaro (2010, 17′)
    Info: 06491335 – http://www.libreriaanomalia.org

  53. Jo says:

    Odio, detesto i tecnicismi e le teorie politiche ma due cose voglio dirle lo stesso.
    La prima è che non mi passa manco per l’anticamera del cervello di leggere Toni Negri (in inglese poi..già è una pallazza mostruosa in italiano, figuriamoci in altra lingua)
    La seconda è un tantinello più articolata. Sto seguendo la rivoluzione dal principio, e piano piano sto scoprendo che non è una rivoluzione limitata al mondo arabo, tutto il bacino del mediterraneo è in fiamme ma il mainstream mediatico sta censurando accuratamente ogni cosa, più per pigrizia e per incapacità che per un desiderio reale di voler nascondere. Perfino in Croazia nell’ultima settimana non si è capito nulla, ormai i focolai di protesta e le rivolte sono all’ordine del giorno ovunque, mica c’è solo la Grecia.
    Oggi Valerio Evangelisti su Carmilla online ha aggiunto altri tasselli citando le rivolte in Ohio e Wisconsin http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003812.html#003812 che ci erano del tutto ignote. Per quanto Evangelisti sia un ottimista e anche un pò furbacchione nel suo voler soffiare sul fuoco ricordandoci alcuni momenti della storia umana (il ’68) credo di essere abbastanza concorde con lui sul fatto che questa rivoluzione è la risposta naturale al liberismo, nè più nè meno. Prima o poi il sistema doveva crollare, sta semplicemente implodendo come doveva. La Fortezza Europa scricchiola e la crisi economica è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Niente di più.
    Affermo questo perchè basta discutere (anche virtualmente) con gli/le attivist* che stanno creando la rivoluzione, che la stanno vivendo e agendo per capire che non sono coscienti dei motivi politici per cui la stanno facendo. Stavano male e vogliono stare meglio, punto. Le rivolte di Seattle e di Genova erano caratterizzate, oltre che da leader e capetti, da un popolo molto più cosciente dei motivi delle rivolte (me lo ricordo bene, c’ero pure io in mezzo), dei pericoli della globalizzazione e del liberismo.
    Qua non c’è nulla di tutto questo, in alcune piazze si agitano le baguettes, in altre nonostante il Pil più alto dell’Africa si scende per strada ugualmente. Il punto fondamentale che accomuna tutte le rivolte è forse la disoccupazione, la mancanza di lavoro e il fatto che sia diventata un'”onda araba”è dovuto principalmente ad Al Jazeera: chiunque sia stato in un paese arabo è a conoscenza delle parabole sui tetti, anche nella più infima casupola del più remoto paesello di campagna.
    Inoltre questa storia di facebook e del social network è un pò un’esagerazione, i miei amici/che anche al Cairo (che è una città) non hanno mica internet a casa come noi, all’internet point si va per parlare su skype con l’amico emigrato di solito. In pochissim* si sono organizzati tramite la rete dopo l’inizio della rivoluzione ma è stata davvero solo una mera questione di orari e di luoghi, infatti il lavoro più grosso l’hanno svolto gli sms. Quell* che hanno accesso ad internet sono 4 gatti ma tutt* guardano la televisione ed hanno il videofonino.
    Comunque basta andare in un sito come Nawaat o su twitter per seguire i/le protagonist* della rivoluzione, discutere con loro e capire le loro ragioni: non hanno la più pallida idea neppure loro di ciò che accadrà, la maggior parte direi che è giovanissima e si sta formando ORA una coscienza politica, fino a ieri non sapeva di poter vivere tutto questo e di entrare a far parte della storia del proprio Paese. Ecco, vorrei solo sottolineare quella parola che ho scritto in maiuscolo: Paese, con l’accezione di Stato. Finora nessuna di quelle persone con cui ho avuto modo di dialogare ha messo in discussione lo Stato e il sistema elettorale, sono tutt* convint* che l’autorganizzazione che hanno avuto modo di sperimentare nei vari comitati (di quartiere ad es.) sia stata una cosa transitoria che trova la sua naturale conclusione nella delega ad altri. In questo particolare momento (io mi sto occupando in particolare della Tunisia che ha esigenze in generale molto democratiche) il livello d’attenzione da parte di tutt* è massimo, ognuno vuole infatti portare avanti le proprie istanze: si sta più che altro cercando di capire chi potrebbe essere il referente politico migliore capace di rappresentare al meglio queste istanze. Ma ovviamente questo è il solo caso tunisino che è cominciato prima di tutti gli altri e quindi per così dire l'”apripista”, certamente in Egitto o Libia le esigenze saranno differenti (mi sembra più che evidente l’esigenza della popolazione libica di voler smembrare lo Stato così com’è). Ma mi sto dilungando troppo, direi che basta così.
    Saluti libertari.

    • lanarchico says:

      @ Jo: Grazie per il tuo contributo. Condivido la tua analisi della situazione nei paesi arabi. Riguardo alle proteste dei dipendenti pubblici in alcuni stati degli USA (chiamarli rivolte forse è un po’ esagerato) non riesco al momento a vedere un’analogia stretta, considerato che gli obiettivi di questo movimento sembrano limitati ad aspetti di tipo sindacale, ma sarebbe utile approfondire la questione perché potrei sbagliarmi. Siccome ti occupi di argomenti molto interessanti e di stretta attualità se scrivi da qualche parte segnalami dove che provvedo a creare un link da L’Anarchico.

  54. Max says:

    Strippy, parli di difesa degli imprenditori (che sanno difendersi benissimo da soli); dici che la parola compagno ‘ti fa ridere’, proponi, tra una derisione e l’altra, di portare “architetti e negozianti liberali” (?) dalla nostra parte. Elenchi poi tutta una serie di attività che i libertari, da sempre, SVOLGONO GIA’ attivamente nella società ed in -tutte le sedi-, anche se probabilmente, non ti hanno istruito in proposito. Mi chiedo, sinceramente: volevi dialogare e fare mozioni sensate sugli argomenti o invece impedire, con delle provocazioni continue, una discussione assennata e rispettosa? Butti qua e la delle istigazioni mascherandole con qualche estemporanea e poco meditata proposta. Non mi quadrano questi fatti e non appaiono corretti i tuoi non-documentati e tendenziosi commenti, insieme ai dileggi (che inizialmente avevo erroneamente inteso come un indomito atteggiamento d’avanguardia individualista). Cosa intendi per anarchici con il bollino blu? Credi di parlare con delle banane o con delle persone, con le proprie idee con cui scambiare opinioni, proposte e progetti? Per me la semplice convivenza e non richiede necessariamente di essere libertari, ma dai libertari, anche dagli ex, il minimo rispetto delle altre persone è per me implicito.
    Invece il tuo scopo qual è? Cosa sei qui a proporre agli anarchici oltre che l’insulto? Di andare nei circoli arci o nei teatri, nelle università a parlare di autogestione, realtà delle prigioni, iniziative, rivoluzione, ecologia, urbanistica? Pensi veramente che non si faccia e ciò o non accada già “quotidianamente” ? Ma hai mai veramente provato perlomeno a chiedere delle iniziative in corso in qualche oramai raro circolo “attivo” prima di arrivare qua e darci dei banana solo perché non ti piace neanche sentirti dire cosa accade nel movimento e sei confuso (o VUOI confondere gli altri) su quello che gli anarchici propongono? Non bastava chiederci se tale iniziative si svolgono già o meno? Ma tu cosa/chi conosci? Cosa ti hanno detto? Cosa ti stai immaginando? Che ci si riunisce parlando di null’altro che rivoluzione e utopia? Avere un’ottica rivoluzionaria non vuol dire rinunciare alle attività che tu nomini, anzi, il contrario. E’ proprio la volontà di rivoluzionare il sistema ed il rifiuto del dominio corrente che anima chi vuol cambiare le cose e si sbatte tutti i giorni per farlo.
    Tirando le somme di quanto scrivi e quanto ho ora letto dai tuoi post anche in altri threads, tutti con lo stesso tono, mi pare che i tuoi interventi vogliano generare ‘disprezzo’ verso gli anarchici e abbiano quindi principalmente uno scopo provocatorio, di boicottaggio. Mi sono reso poi conto che certi tuoi post, che ricalcano stranamente in fotocopia quelli di un altro utente, iniziano, proprio come i suoi (?) con la parola “Oh”. Mi chiedo, “oh” che cosa? Oltre che darci dei banana pensi di stare svolgendo una comunicazione epistolare con dei bovini a cui ti rivolgi con un grugnito? Certi modi son roba da caserma. Dici di avere e tenere degli “avamposti” (?). Avamposti di che? Del dileggio? Dello sputtanamento provocatorio? Della difesa dei piccoli mercanti e degli, come dici, architetti liberali 🙂 a scapito dell’ottica rivoluzionaria?
    Se è questo che cerchi, non lo troverai mai di certo tra gli anarchici.

  55. Strippy says:

    Sì non ho niente di meglio da fare, per fortuna ci sono i miei avamposti….
    Era il penultimo messaggio sotto l’effetto scompagnati, l’ultimo è questo.
    Buona Fortuna.
    Grazie.

  56. Strippy says:

    Sentite un po’, anarchici con il bollino blu, ma perchè non fate in modo che l’urgenza di certe tematiche legate ai diritti civili, alle libertà, non solo del lavoratore salariato ma anche del piccolo commerciante oppresso, del sovraffollamento delle carceri, dell’urbanistica, dell’abitazione ecc., non trovino nuove e diverse sedi per i dibattiti e i confronti, magari non sempre nelle solite sedi anarchiche che nessuno conosce e con le idee preconcette di tantissima gente. Insomma allargate la cerchia di amicizie, trovate nelle periferie di Milano delle sedi alternative, opportune per farvi ospitare, per farvi conoscere, (non per pubblicizzare solo la rivista e nemmeno per ragionare sempre e solo di stragi impunite) per portare un po’ di aria fresca “Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi” […]
    Magari non cominciate dalla rivoluzione, cominciate con i problemi reali della gente, provate a sporcarvi, a sperimentare, a dialogare con l’uomo comune, intanto vi fate conoscere, proponete le vostre idee, i vostri libri, le vostre riviste, dopo. Usate un po’ di psicologia sociale senza perdere di vista i vostri orizzonti. Siate più furbi e non solo duri e puri. Non so come dire, non mi vengono le parole….
    Insomma “amico” mio, (la parola compagno mi fa un po’ ridere), quello che voglio dirti è che se trovate il modo di portare la discussione su certe tematiche fuori dalla solita cerchia di appassionati o idealisti, in altri locali, con tematiche di interesse generale, forse, dico forse, un po’ più di consenso lo trovereste, forse, non sono sicuro nemmeno io, però potreste provare a interessarvi.
    Non avete tramite amicizie altri punti di riferimento in quartieri milanesi, periferie, per qualche serata/dibattito? Come funziona? Io no lo so, è difficile?
    Secondo me se riuscite a farvi ascoltare in modo più esteso e in più luoghi “meno politicizzati” ( però non con un dibattito sull’insurrezione al giorno d’oggi nella cooperativa degli Olmi ), con iniziative mirate a far riflette il pubblico, ad aiutarlo a pensare, un pubblico capace di farvi anche domande scomode, forse può davvero servire a portare qualche raggio di sole in più.
    Se state comodi comodi nessuno vi capirà, e se nessuno vi capisce la colpa non è sempre di chi non capisce ma anche di chi potendo fare qualcosa in più fa non molto per allargare il dibattito fuori dal solito circolino massonico con le solite discussioni sulla bellezza del pensiero anarchico, sul post-neo-anarchismo ecc. Sarebbe come andare a un congresso di partito dove i partecipanti sono solo gli iscritti e i contenuti interessano solo ai fedeli sostenitori del partito.
    Magari dopo ci facciamo pure due belle risate a sentir parlare un calabrese che si lamenta del traffico; se non sono tanti gli anarchici urbanisti, se non sono tanti tanti gli anarchici architetti, se non sono tanti gli anarchici negozianti, facciamo in modo di avvicinarci noi in qualche modo a loro, cerchiamo persone con una sensibilità libertaria ma anche democratica, liberale, disposta a partecipare a un dibattito interessante, attuale, non nelle solite sedi però.Basta anche solo la presenza di qualche libertario, qualche libertaria per promuovere un dibattito, ma che sia qualcosa di più attuale delle solite teorie (bellissime) sulla “rivoluzione”.
    Più o meno mi sono spiegato? Forse.

    • lanarchico says:

      @Strippy: Vedo che sei diventato assiduo commentatore di questo blog. Se però utilizzi lo spazio dei commenti agli articoli per andare fuori tema e dare suggerimenti paternalistici ad un movimento anarchico che, a giudicare da quello che scrivi, non conosci e non frequenti, vorrei solo dirti che sei nel posto sbagliato e saresti più efficace se portassi avanti le tue proposte in un circolo vicino a casa tua dove senz’altro troveresti qualcun* a risponderti nel merito…

  57. max says:

    Salute,
    concordo che l’anarchic@ dovrebbe cercar di rivoluzionare se stess@ e sostenere ‘spazi’ libertari e lotte sociali partecipandovi. Mi associo di nuovo anche all’idea che perlomeno la “prospettiva” rivoluzionaria sia importante e aderisco all’analisi che definisce termini e concetti quali: ‘dittatura soft’, ‘maturazione autogestionaria della società’ e ‘gradualismo anarchico’.

    Perché è palese che la ‘prospettiva rivoluzionaria’ ed il ‘gradualismo’ non sono assolutamente in conflitto, visto che, nella società attuale, non sono presenti abbastanza “individui” disposti subito alla ribellione generale.

    E’ un poco illogico pensare il contrario, ma io stesso lo faccio e sono sicuro che molti di noi si sentono, giustamente,” in personale conflitto totale” con buona parte delle individualità che compongono questa triste cosiddetta società. A questo riguardo non so se qualche colto o esperto compagno del passato o del presente abbia mai scritto qualcosa o esaminato tale situazione psicologica e contingente dell’anarchico, anche proprio dal punto di vista individuale, non solo del ‘movimento’. Forse sì, e mi piacerebbe averne le referenze se esistono o le conoscete.

    Io credo comunque che tale condizione sia perlomeno rimediabile con l’associazione e la lotta ‘insieme ad altri’ con gli stessi nostri ideali. Associarsi guarisce da spinte che conducono, con il tempo, a idee o scelte misantropiche o peggio controrivoluzionarie. Nella nostra specie umana, nei ‘Primati’, è prevalente la forza associativa ed è su quella che bisogna lavorare, non solo su noi stessi ma anche proprio con gli altri. L’anarchismo NON è per me un pensiero politico ermetico o complicato ma è la naturale e libera manifestazione dell’intelletto unito alla natura libertaria degli individui. Il carattere che contraddistingue l’essere libertari@ è, per me, l’indomitismo rivoluzionario, l’esser poco incline ai soprusi asociali, l’essere pronti/e alla rivolta personale e/o del gruppo contro il potere di uno solo o di molti, per il mantenimento o la conquista della naturale libertà, per me diritto di nascita, anzi, ‘condizione di nascita’, che nessun sopruso sarà mai veramente in grado di toglierci.

    In merito, appunto, alle ‘rivoluzione possibili’ in una società quale, per esempio quella italiana in cui, come l’Anarchico accenna, i cittadini sono incapaci di prospettarsi o riflettere su una rivoluzione radicale, è ottimo il prospettarsi di costruire o difendere spazi liberi e luoghi di diffusione delle pratiche autogestionarie.

    A mio parere, bisognerebbe veramente fare in modo, come dicevo, che questi spazi siano fortemente associativi, non solo tra libertari o gli autonomi, ma anche per gli altri, altrimenti viene a mancare la vera forza dell’associazionismo naturale e solidale, l’unico capace di aprire veri spazi di rivoluzione.

    Pensiamo, appunto, ai fatti in Egitto, Libia e Tunisia. Io credo che l’associazionismo in quei casi abbia funzionato sotto il profilo rivoluzionario non solo per le condizioni contingenti di miseria, fame, mancanza di prospettive che sono presenti da secoli in quei territori, ma anche per la nuova presenza di un numero di giovani che facevano riferimento a quell’aspetto originario e per me libertario che era (ed è ancora) in un certo qual modo presente nella rete internet: quello spirito rivoluzionario che sovverte i normali ed autoritari scambi di informazione controllati dai media statali o privati, che trasla su un piano orizzontale e non verticista le idee e le novità sociali e l’informazione.

    Io credo che questo sia un buonissimo esempio di come la rete, in quanto luogo di informazione e ASSOCIAZIONE, possa e debba essere usata dagli anarchici rivoluzionari in un ambito strategico di gradualismo anarchico, perché il web è per me veramente efficace in questo senso.
    Io auspico che gli anarchici riescano sempre più a caratterizzare questo mezzo anche e soltanto con una semplice tecnica di continue e protratte incursioni libertarie in vari forums, blogs, emails, commenti alle news ufficiali, siti informativi ecc. Facendoci avanti con le nostre idee di libertà e giustizia. Facendosi sentire.

    Perché credo che questa tecnica sia funzionale, al presente, quasi quanto la gestione e sopravvivenza di spazi associativi fisici e penso sempre di più che le rivoluzioni in Maghreb ne siano un esempio.

    Quindi propongo, seriamente, collettivi di incursori telematici, capaci di divulgare ovunque nella rete, le prospettive ed idee libertarie e –rivoluzionarie- in maniera congrua e corretta, cioè non sempre conflittuale ed offensiva verso i meno preparati o conservatori ma propositiva, dando esempio di come l’autogestione, in realtà, anche nelle informazioni e nei dibattiti, sia proficua, giusta, libera, umana! Bisognerebbe associare queste nuove tecniche di diffusione telematica delle nostre idee al vecchio volantinaggio, ai periodici libertari, ai csoa nelle strade, alle comuni di autoproduzione e lotta. Tuttavia, a mio parere, bisogna farlo in maniera molto più forte e indomita di adesso, almeno quanto prorompente quanto è un’occupazione, un blocco stradale, una combattiva scritta su un muro. Bisogna per me entrare nei blog, nei siti di news del dominio, ogni spazio aperto che la rete ancora (forse per poco) ci lascia, per fare sentire “civilmente” (dando cioè il buon esempio, liberi dagli atteggiamenti dei cosiddetti “trolls”) la voce rivoluzionaria dei libertari. I nostri avversari, supportati dalla forza del numero e del denaro, dalla cultura dominante, dal potere, già lo fanno in qualsiasi ambito inquinando, costantemente, web, discussioni, notizie, articoli, con prospettive e commenti religiosi, o autoritari, dileggiatori, controrivoluzionari, e lo fanno con tecniche spregiudicate quali lo spam e l’incivil motteggio. Ma essi, in quanto conservatori, mancano totalmente di spinta rivoluzionaria e non hanno la possibilità, l’intenzione di germinare in spazi nuovi e liberi e non saranno capaci di contrastare le reali e nuove lotte e rivoluzioni sociali animate da idee libertarie perché, semplicemente, non dicono la verità ! ma si agitano per difendere una società sbagliata e abominevole.

    Quando parlavo invece di spazi “fisici” associativi “veramente” aperti a tutti parlavo, per esempio, della mia esperienza, durata alcuni anni, anche nei collettivi e csoa in Euskal Herria, nella penisola iberica. In tali spazi, dove forse è ancora forte l’eco (?) comunitario dell’esperienza dell’autogestione durante la guerra civile, io ho sempre riscontrato, a livello collettivo, una diversa e più concreta comunicazione con il tessuto sociale in cui tali spazi erano presenti. Coloro che, come me, erano occupanti, cercavano, veramente, un dialogo, con la gente del barrio, della via, con i vicini, con la città, con i contadini (caseros).

    Io vedevo, in tale approccio, l’anarchismo originario, quello nato dal popolo e per il popolo, dove le barriere con il mondo esterno cercavano di essere infrante, anche scherzosamente e davvero con leggerezza ed amichevolezza, non innalzate con la presunzione.

    Sono stato in grecia durante le rivolte dell’’anno scorso e, anche se in un articolo che ho letto recentemente su UN o A rivista gli anarchici venivano descritti come molto eterogenei e simili al nostro movimento autonomo degli anni 70-80, io credo però che bensì buona parte di essi sia ben integrata con il tessuto sociale.

    Quante volte, qui nella nostra penisola, ho invece visto atteggiamenti troppo conflittuali verso l’esterno nei nostri csa o csoa di cui io stesso ho fatto parte. Non fraintendetemi, ho da sempre partecipato principalmente a collettivi di punk anarchici e quindi non è la ‘convenzionalità’ che anima queste mie osservazioni, ma solo una modesta e semplice esperienza. Molti dei nostri collettivi mancano o hanno poche persone abili e volenterose di instaurare veramente un dialogo non conflittuale con il popolo. Spero di sbagliarmi.

    Io credo che nella penisola iberica o ellenica questo accada meno e, quando possibile, gli anarchici siano ancora veramente in grado di ascoltare e farsi ascoltare. Bisogna chiedersi il perché e lavorare, rivoluzionando noi stessi senza tuttavia cadere in prospettive ‘controrivoluzionarie’ perché non è questa la via. E’ utile invece creare proposte, spazi ed interventi sia telematici che fisici che sappiano fare del vero rispetto e anche dell’ascolto e del dibattito amichevole, una forza capace di sfondare il muro dell’ignoranza e soprattutto della convenzionalità, per proporre le nostre idee innegabilmente rivoluzionarie creando un terreno che sia finalmente fertile alla maturazione autogestionaria.

    Chiedo scusa se non ho il dono della sinteticità e per l’ovvietà del commento, ognuno ha i suoi limiti, credo che certi principi sia comunque corretto ribadirli, liberi dalla volontà di insegnare ma piuttosto di proporre.

    Aurrera boliè,
    Max

    • lanarchico says:

      @Max: questo tuo articolo arricchisce questo spazio perché va oltre la logica del commentare quello che qualcun altr* scrive. Ti ringrazio molto per aver condiviso i tuoi pensieri.

  58. San Pietrino says:

    No. Non sono i giovani, quello che si è rotto il cazzo o che lo vuole rompere sei tu e l’altro stripp-ato, controrivoluzionari e pseudo anarchici da tavolino che rompete le palle in tutti gli articoli di questo blog con delle considerazione se non ‘sospette’, di sicuro da ‘provocatori controrivoluzionari’ quali siete diventati…. o forse siete sempre stati.

  59. Diego says:

    Finalmente.Ho scoperto stasera,merito di A rivista, questo sito e devo dire che mi “arrapa” molto,con la faccia di Malatesta e la bandiera nera,eh si io sono un nostalgico, e non mene vergogno, anche se guardo sempre all’evolversi del pensiero Anarchico ed alla sua contestualizzazione.Però pur nella sua continua metamorfosi evolutiva,e qui mi ripeto,non bisogna mai perdere,secondo me,la sua radice che ha permesso ad una cosi bella idea di passare indenne attraverso le magagne della storia
    ciAo Diego

  60. Max says:

    Condivido gli ultimi commenti dell’anarchico in “Rivoluzioni possibili?” sul fatto che il/la militante libertari@ ‘dovrebbe’ cercare di rivoluzionare soprattutto sé stess@ senza ‘possibilmente’ cancellare l’insurrezione popolare dal proprio orizzonte (almeno propositivo) facendosi protagonista nei rivolgimenti sociali e/o nella difesa degli spazi che il dominio vuole negare o cancellare.
    Poi, ogni compagn@, secondo la propria visione, capacità e secondo le proprie personalissime esperienze e passato, può sentirsi liber@ di criticare anche argutamente o, perché no, spiritosamente la pratica o la visione degli altri anche e soprattutto quando, come per i commenti precedenti, io credo si noti quando siano ‘indomite’ ed in un certo modo apprezzabili e perché no, forse propositivi, alcuni aspetti di certe analisi dei commentatori / commentatrici (che stimo) di questo stesso spazio. Perché comunque, mettono “in discussione il presente” con l’arguzia e l’intelligenza che, per me contraddistingue i libertari, anche se, per me indomitamente… 🙂 non si professano più tali.

  61. Max says:

    Saluti Strippy,

    dal tono e concetti del tuo messaggio io avverto lo stesso che hai percepito tu dal mio commento che non aveva, forse come il tuo, onestamente l’aspirazione di ‘insegnare’ a nessuno, erano opinioni mie e non è certo prendendoci reciprocamente per il culo che arriveremo ad uno scambio fruttuoso di idee (sempre che questo sia l’obiettivo).

    Per me in-domit-ismo (che ribadisco essere la mera traduzione di An arx ia) non è un concetto negativo, è propositivo.

    Rivoluzione non è, come ho letto in troppi commenti qui, un concetto negativo e fuori dal tempo, ma propositivo e attuale.

    Se la vuoi prendere come un lezione o una bacchettata (?) da un supposto maestro (io?) dell’anarchia :-), sei libero di farlo. Forse non aspettavi altro.
    Ma il concetto non era quello.

    Io non concordo sul fatto che per cambiare la società non sia indispensabile la ‘volontà’ di farlo. Se vuoi mandami pure a cagare anche 100 volte.

    Salud, Max

  62. Oh, ma avete notato che sono sempre meno i giovani che s’interessano di politica?
    Religione, politica…. nessuno pratica più…. sì sì…. ma che palle la politica, meglio l’amore,
    la macchina nuova, lo shopping…. Ma cosa intendono per amore?… BoH!!??!
    Perché secondo voi i giovani si sono allontanati così tanto dalla politica?
    Ve la sentireste di fare un parallelismo con la religione?
    Il prete che ti dice; dovete frequentare di più la parrocchia, la chiesa…se volete che il mondo cambi….
    L’attivista che ti dice; e tu che cazzo fai per parlare così?… Almeno noi ci impegniamo per cambiare qualcosa, anche tu dovresti fare qualcosa per cambiare nel tuo piccolo!!

    Insomma che cazzo, tra politica e religione qui si sono tutti rotti il cazzo!

  63. strippy says:

    Se non è un club quello!….
    Mi mando a cagare da solo così ti risparmio fiato.

    Da quanti anni è che scrivi di anarchia??? Tanti suppongo, e cos’è cambiato da allora?
    La rivoluzione deve partire da noi, dai nostri corpi….
    “l’anarchismo lo si vede dove non c’è, non lo si vede dove è presente”.
    E’ molto più diffuso di quanto voi pensiate e molto meno di quanto voi crediate.
    Con questo ti saluto e spero che facciate proseliti nel nome dell’anarchia.
    Io non ci credo più. Sono anarchico ma non pratico più, come un cristiano che non va più a messa la domenica.
    Ciao

  64. strippy says:

    Max ha scritto: \L’anarchic@ deve essere o aspirare ad essere indomit@\

    Quando adesso? Ad essere indomito oggi dovrei scappare su un’isola deserta.
    Dire ciò che si deve e/o non si deve essere per essere anarchici fa ridere….
    L’anarchico è un indomito, e per essere anarchici fino in fondo non serve la coerenza ma tanta buona volontà in più.
    E se qualcuno domani mi dicesse: \amico, devi metterci più volontà!\, bé, gli risponderei di andare a cagare subito che di maestri a scuola ne ho avuti di meglio.
    :)))
    Scusa è il fumetto che mi vuole così! Io potrei anche darti ragione, ma quando diventi una macchietta, sei costretto a prendere per i culo tutti come tutti hanno preso per il culo me.

  65. strippy says:

    Oh, dimenticavo, a parte questo articolo un po’ prolisso che per un blog azzeccagarbugli come il tuo è anche normale ma, perché al centro studi libertari non avete invitato anche Alfredo Bonanno? Lui di argomenti a favore della rivoluzione/insurrezione ne avrebbe avuti, eccome!
    E’ importante!!!

  66. Max says:

    Ciao a tutti/e,
    ho trovato molto interessante il dibattito. Ringrazio quindi per averlo qui riportato. Da anarchico considero l’aspetto rivoluzionario importante e, anche se una rivoluzione sociale vera e propria possa , nella situazione attuale, sembrare difficile, credo che un forte spirito rivoluzionario sia un aspetto che deve animare cuore, mente e temperamento di un anarchic@. Non importa poi come e dove, l’importante è che l’anarchic@ sia “indomito”. Personalmente traduco, da sempre, con ‘indomitismo’ la parola Anarchia (senza dominio).

    Lo spirito rivoluzionario si manifesta, nella forma sociale più eclatante, in folle armate di pietre che rovesciano il potere vigente ma, nell’ambito personale, in un forte indomitismo.

    L’anarchic@ deve essere o aspirare ad essere indomit@, rivoluzionari@ nel senso che è predispost@ alla rivolta “personale” (ma anche collettiva) contro le imposizioni: un@ ammutinat@ al sistema di potere, ai domini su se stess@ in senso generale.

    La forza della ‘lucida ragione’ ed il ‘coraggio della lotta’ per la libertà ci devono contraddistinguere.

    Questo perché senza l’indomitismo personale, un sistema libertario non ha gli strumenti per funzionare dato che l’individuo si sottrarrebbe, per mancanza di ardimento o volontà, alle proprie responsabilità, cioè alla lotta costante contro il sopruso, di uno o di molti, la lotta contro l’ignoranza, la lotta alle disuguaglianze …. Bisogna quindi invece cercare di svilupparlo, l’indomito spirito rivoluzionario, perché esso è proficuo sia per noi stessi che per supportare anche gli altri.

    Sono personalmente e caratterialmente un pacifista e mi sono sempre trovato in forte disagio nei momenti più violenti o cruenti di lotta insieme agli altri compagni, ma mi ha sempre animato il pensiero che uno sforzo da parte mia fosse necessario anche proprio per conquistare, con la lotta, la mia, di libertà.

    Considero interessante il pensiero di Andrea Staid in merito alla dimensione “processo” e non solo ‘evento’ rivoluzionario e le pratiche di lotta per la libertà che, negli anni, si sono per me “naturalmente” manifestate soprattutto per mano e pensiero di quei compagni che avevano bisogno, personalmente, di uno spazio libero, di non dipendere (sempre per ragioni di libertà anche personale) dai costosi prodotti del sistema vigente per rivolgersi all’autoproduzione collettiva di individui, come loro, libertari.

    Per mia forte esperienza personale i soli ‘principi’ rivoluzionari o filosofici di cambiamento, non funzionano senza la reale e vitale “necessità” di uno spazio libero o di libertà individuale e/o collettiva e senza ovviamente, quello ‘spirito indomito’ che ci deve animare per conquistarci tali spazi.

    Questo accade ovunque: in strada, sul lavoro, nello e per lo squat, in un nucleo familiare.

    Credo che Andrea abbia lucidamente e finalmente esaminato la questione cercando le soluzioni e ragionando sui metodi reali per una rivoluzione anarchica. Infatti il suo pensiero mi pare abbia la potenzialità di legare le vecchie e nuove lotte e mi sembra abile a unire le varie anime del movimento.

    Io non comprendo, con tutto il cuore, le asserzioni qui apparse in merito alla polverosità di un’insurrezione generale (?) o ai supposti profeti dell’’anarchismo (?) o alla poca “pratica” del sentimento rivoluzionario (?).

    Il sentimento rivoluzionario, prima di tutto personale, è oltremodo “pratico”: è quello grazie al quale ci si fa “realmente” carico della propria libertà insieme agli altri ed è quello grazie al quale anche i pensatori più moderati o individualisti dell’’anarchismo hanno rischiato vita e posizione sociale per prendere pubbliche le loro idee.

    Non esiste per me An-Arx-ia senza l’in-domito e dissidente spirito rivoluzionario.

    Senza tale spirito avremo una giusta e corretta filosofia ma mai l’an arx ia come sistema sociale.

    E’ per me impossibile, ripeto, mettere in discussione o meglio in reale difficoltà il “potere” senza un approccio individuale indomito e rivoluzionario.

    Se questo spirito poi, diventa collettivo e sfocia in un’insurrezione universale, tanto meglio. Perché mai dovremmo considerare un’eventualità del genere polverosa o retrograda?

    Per capire e accettare la visione sovversiva e rivoluzionaria basta soltanto rovesciare, come da sempre gli anarchici hanno fatto, la visuale e guardare all’individuo, a noi stessi.

    Le pratiche di cui parlava Andrea quali l’autogestione, l’autoproduzione, l’occupazione eccetera, sono manifestazioni che io considero semplici e naturali, direi umane, dello spirito rivoluzionario, dell’indomitismo che rifiuta le imposizioni di una vita uniformata e strutturata in lavoro/affitto/acquisto/soprusi e persino schiavitù o morte. Contro un dominio totale sulla nostra e altrui esistenza e per la riorganizzazione della vita economica, etica e culturale.

    Io credo che se l’ottica del nostro essere anarchici sia rivolta, come per me deve, verso noi stessi e la conquista quotidiana della nostra libertà con la lotta personale e conseguentemente collettiva, si trascenda velocemente ogni limite, definizione e classe di Rivoluzione (graduale o istantanea ecc).

    L’insurrezione generale è un pregevolissimo “effetto”, non è la causa, non è il solo obiettivo, questo gli anarchici lo dicono da sempre e lo dicono tutti, il nostro obiettivo è la libertà e, per essa, è necessario un’ indomabile e permanente spirito RIVOLUZIONARIO, anche e soprattutto personale. Lo spirito indomito e rivoluzionario è l’unico che affranca, quello che non teme le macerie e che persino sopra di esse, senza paura, continuerà a costruire in qualsiasi situazione storica o contingente.

    Max

  67. strippy says:

    ha ragione Gino è inutile che insisti….
    in sintesi questa è la mia posizione al riguardo:

    “Una società libera non può essere l’imposizione di un “ordine nuovo” al posto di quello vecchio: e l’ampliamento degli ambiti di azione autonoma fino a che questi occupino gran parte della vita sociale (il fatto che una liberazione di questo genere sia graduale non vuol certo dire che possa avvenire senza rottura rivoluzionaria, perché in molti campi, per esempio nella guerra, nell’economia, nell’educazione sessuale, qualunque liberazione autentica prevede un cambiamento totale).”
    Paul Goodman

    P.S. Sfondi una porta aperta in quanto a pluralismo nell’anarchismo….
    CIAO!

  68. gino says:

    Ciò che di vero ha scritto E. Colombo sulla “rivoluzione” non è -al meno per ora nelle liberal-democrazie occidentali – necessariamente importante. Tutto qua.

  69. gino says:

    Perché tu credi seriamente che in Italia o in una “democrazia liberale” oggi sia molto più importante mettersi a discutere di rivoluzione piuttosto che cercare gli strumenti per mettere in pratica e sperimentare l’autogestione e la democrazia diretta qui e ora? Se vuoi oggi la mia “rivoluzione” è questa, e domani sarò troppo vecchio per farla con metodi più violenti (che non disdegno), semmai servirà a qualcosa per una società più libertaria.

    Hai ragione, ognuno decide liberamente su cosa discutere, possiamo anche discutere di primitivismo, spiegando ai milanesi i vantaggi immediati che ne trarrebbero in termini di ossigeno e di verde, tutto vero ma, non molto importante a mio modesto parere, però se ne può parlare, e chi ve lo vieta?

    Per quanto riguarda il resto, devo ringraziare ancora una volta mia fantasia…..

    • lanarchico says:

      @gino: quello che credo l’ho scritto nel blog (se l’hai letto) e nelle repliche… e non ho mai scritto quello che mi vorresti attribuire. Per quanto riguarda il pensiero di Colombo sulla rivoluzione, L’Anarchico non ha mai preso posizione in suo favore ma si è limitato a fare un resoconto del convegno in cui si sono espresse posizioni plurali che dovrebbero essere tutte rispettate da chi, come me, si professa anarchico.

  70. spazi altri says:

    Hai ragione, resta il fatto che non tutto ciò che è plurale è sempre importante. Sarà pur vero quello che dici…. ma la rivoluzione/insurrezione non mi sembra un argomento – oggi – molto importante.
    Mi farebbe piacere invece sapere in che modo verrebbero prese le decisioni, con esempio pratici, sia in un contesto post/rivoluzionario che non, come decidere, quali contrapposizioni decisionali nella pratica tra maggioranze e minoranze, cioè quali forme assumerebbero nella pratica le libertà singolari, quali obblighi e vincoli per tutti invece?
    Ho come l’impressione che si perda molto tempo a discutere su questioni poco interessanti (RIVOLUZIONE/INSURREZIONE) mentre mi domanderei piuttosto quali sarebbero i criteri decisionali, quali i vincoli di praticità uguali per tutti, dal sistema fognario per farti un esempio al digitale terrestre, maggioranze/minoranze, quale autonomia? Come? Perché non studiare le teorie e le forme decisionali da mettere in pratica, da sperimentare, per imparare l’esercizio dell’autonomia e della libertà, partendo dal mio quartiere, dal mio condominio, da casa mia, dal mio vicino che non vuole la parabolica sul tetto per finire con un palazzo pieno di paraboliche.
    Insurrezione? Qualche serata al circolo dei malfattori a farsi due birre?
    Non si corre il rischio di costruire strade “rivoluzionarie” senza sapere come percorrerle senza un’impalcatura che la riempi di contenuti pratici?
    Tutta questa enfasi sulla libertà futura la trovo poco interessante.

    Non mi appassiona il dibattito sulla “rivoluzione” oggi, mi appassiona molto di più saper rispondere ai quesiti concreti della gente quando mi trovo a discutere di scelte e decisioni, senza tirare in ballo l’insurrezione/rivoluzione, che ai più non gliene frega una beata fava, purtroppo o per fortuna non lo so.
    Certe volte – purtroppo – mi trovo a dover dare ragione a Berti, – il solo pensiero al suo approccio culturale anti-relativista mi angoscia e mette i brividi lungo la schiena, forse conosce un passaggio per una porta segreta in cui riesce a conoscere il punto di vista di dio, o forse crede al suo punto di vista come se fosse un fondamento scalfito nella roccia della verità, nel credere che esistano valori culturali superiori non equiparabili con altri – quando nonostante tutto afferma che l’anarchismo se va avanti così potrà incidere solo in modo minimale ai cambiamenti della società.
    Lungo è il cammino scriveva S.Vaccaro.

    P.S. Io per ragioni di salute e per altre sventure non posso fare più un cazzo, non conosco l’ambientino…. e non sono tipo da dibattito da circolo anarchico ……
    Statte bbuon.

    • lanarchico says:

      @ spazi altri: sul fatto che la rivoluzione non sia un argomento importante mi pare che ti sbagli, non soltanto considerando gli eventi di stretta attualità nel mondo arabo (chi l’avrebbe mai pronosticato??). In ogni caso, non trovo nulla di strano nel fatto che ognuno faccia quello che più lo interessa. Un anarchico dovrebbe però abituarsi a portare avanti le sue convinzioni senza sminuire quello che pensano e fanno altri. Spero quindi di essere presto invitato a dibattiti sulle questioni “pratiche” che tu citi e ti prometto in anticipo di fare resoconti anche su quelli… Magari se frequentassi qualche circolo anarchico potresti anche collaborare ad organizzarne uno, magari bevendo due birre ;-)…

    • Adriel says:

      Salve Ragazzi,mi chiamo Federica e vi scirvo da RadioInCorso, la radio dell Universite0 degli Studi.Giovedec 20 ottobre nel nostro Talk di Attualite0 e Costume PantaRei affronteremo il tema INDIGNADOS, la loro protesta e i successivi scontri a Roma.Saremmo quini lieti di avere un vostro rappresentate come ospite all’ interno del programma in modo che possa intervenire sull’argomento.La puntata ha inizio alle ore 17:30 presso gli studi di RadioInCorso, collocati al quarto piano dell’ edificio H3 situato all’ interno del campus universitario di Trieste.Se qualcuno di voi e8 disponibile, lo prego di arrivare circa dieci minuti prima dell’ inizio della puntata per motivi tecnici e organizzativi.Grazie per l’ascoltoFederica ProfiloStaff RadioInCorso

  71. Masque says:

    Non sapevo di questo documentario. Da quello che leggo, sembra anche realizzato in modo onesto, e questo mi sorprende positivamente.
    Sono proprio curioso di guardarlo.

  72. E’ una grande cazzata la rivoluzione/insurrezione.

  73. strippy says:

    Io non capisco; per rivoluzione cosa intende Colombo? Fare la guerra allo Stato con tutti i mezzi necessari? Indottrinare la gente? Aiutare le persone a pensare o insegnare alle persone a pensare?
    Finirò come Goodman, lui comincio a non definirsi più liberale per dirsi anarchico appena si rese conto della strada imboccata dal liberalismo capitalista…
    Io comincerò a dimenticare l’anarchia a causa dei troppi profeti dell’anarchia che a mio parere la vogliono in qualche modo ancora incollata al suo passato.
    A mio avviso sono davvero poche le menti illuminate dell’anarchia da l’800 a oggi.

    • lanarchico says:

      @ strippy/spazi altri: come forse si capisce dal blog e sicuramente sai, il pensiero anarchico è per sua natura plurale e aperto a diverse interpretazioni. A differenza di molte altre proposte di stampo “rivoluzionario”, l’anarchismo non deve essere inteso come una chiesa nella quale tutti debbono soggiacere alla disciplina di partito a pena di scomuniche o allontanamenti. Ben venga quindi l’onesta contrapposizone tra Colombo e Ibanez e, ovviamente, benvenuto anche il tuo punto di vista che, son certo, non toglierà all’ultraottantenne Eduardo Colombo la voglia e l’energia di portare avanti le sue posizioni…

  74. giancarlo benedetti says:

    caro franco non ti ho conosciuto se non ora che non ci sei più ma sapere che persone come te ci sono state e che certo ancora ci sono ma sconosciute perchè col solo potere della dignità ,sapere questo mi dà forza e anche una piccola intima gioia.
    ciao franco

  75. L’intervento di Colombo, pur rispettandolo, non lo condivido.
    Ognuno è libero di credere ciò che vuole, io stesso non ho la verità, però quest’idea polverosa di insurrezione generale non spiega quali rapporti dovrebbero sussistere tra le persone dopo la rivoluzione; gli scambi, la proprietà….
    Non tutti gli anarchici si professano anarco-comunisti, e la convinzione di essere in possesso della verità sia da una parte come dall’altra, spesso ha portato a squalificare dal dibattito pubblico ogni punto di vista diverso. Non mi sembra che Malatesta appoggiasse questa soluzione sul finale della sua vita.
    Senza accusare il post-strutturalismo di chissà quali colpe… forse bisognerebbe rivalutare il pensiero di Paul Goodman.

  76. Marco says:

    Ciao Franco, e’ stato bello conoscerti …